{"id":138,"date":"2013-01-28T20:07:16","date_gmt":"2013-01-28T19:07:16","guid":{"rendered":"http:\/\/maculae.wordpress.com\/?p=138"},"modified":"2013-01-28T20:07:16","modified_gmt":"2013-01-28T19:07:16","slug":"maculae-3","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nazzarenomataldi.com\/blog\/2013\/01\/28\/maculae-3\/","title":{"rendered":"Maculae #3"},"content":{"rendered":"<ol start=\"51\">\n<li>Scrivere, che sia un impegno serio o un ingenuo passatempo, \u00e8 anche \u2013 o soprattutto \u2013 un modo di cercare conforto, in fondo. Come leggere o ascoltare musica o andare a vedere un film al cinema, del resto.<\/li>\n<li>Non sono tutte belle le cose che pensiamo, diciamo, scriviamo (di quelle che facciamo, nemmeno a parlarne). Per quanta attenzione ci mettiamo, per quanta autocensura ci imponiamo, seminiamo tali eminenti brutture che solo a riconsiderarle, a distanza di tempo, inorridiamo.<\/li>\n<li>Rispondere, rispondere subito, se necessario rispondere anche per le rime, anche senza andare troppo per il sottile, ma rispondere. Se non rispondi, se fai passare del tempo, significa che in realt\u00e0 non te ne importa (pi\u00f9) niente; peggio, che hai paura e vuoi cos\u00ec evitare il confronto o lo scontro, nel qual caso hai gi\u00e0 perso in partenza, non sei fatto per quel gioco. Non che si debba sempre ribattere colpo su colpo e all\u2019istante: a volte passare sopra a qualche episodio o parola spiacevole \u00e8 anzi preferibile, pu\u00f2 denotare maturit\u00e0 e forse anche superiorit\u00e0; altre volte \u00e8 magari pi\u00f9 fruttuoso replicare velenosamente quando l\u2019interlocutore meno se l\u2019aspetta (pur correndo cos\u00ec il rischio di compromettere del tutto la situazione). Ma come regola generale, mai far passare troppo tempo e mai essere troppo remissivo o accondiscendente. Se possibile, condurre il gioco, muovere per primo e mai chiudersi da s\u00e9 in un angolo (che equivale a ritenere chiusa l\u2019esperienza o non pi\u00f9 degna delle proprie energie migliori).<\/li>\n<li>Quella volta, dopo uno dei frequenti e semiburrascosi commiati pubblici da una mailing list dove avevi il brutto vizio di intervenire a iosa (ma non pi\u00f9 di tanto a sproposito), che una collega (con la quale poco prima avevi avuto un piccolo diverbio) ti scrisse in privato invitandoti a ritornare sulla tua decisione: \u00abNon ti conosco, ti ho visto di sfuggita a [xxx], ma mi chiedo: non \u00e8 che ti sei reso conto di quanto piacere ti facesse essere in [yyy], e hai voluto privartene a bella posta, forse per autopunizione?\u00bb. Non aveva tutti i torti; anzi, aveva sicuramente ragione (tant\u2019\u00e8 che presto saresti rientrato puntualmente in lista, dapprima conservando un moderato silenzio, ma poco pi\u00f9 in l\u00e0 riprendendo a scrivere a spron battuto, fino al picco di visibilit\u00e0 \u2013 e, forse, anche discutibile popolarit\u00e0 \u2013 raggiunto con una certa lettera aperta ai giornali). Ma nemmeno tu avevi tutti i torti nel voler adottare questa \u201cautopunizione\u201d, ben sapendo che in certi casi \u00e8 l\u2019unica maniera di autocontrollarsi ed evitare che a un massimo di net-loquacit\u00e0 (insostenibile) di colpo faccia seguito un massimo di net-silenzio (opprimente).<\/li>\n<li>Il silenzio, il silenzio\u2026 un uso \u2013 e consumo \u2013 pi\u00f9 parco delle parole, <em>please!<\/em> Parrebbe una richiesta e una decisione semplice da ottemperare; nel mondo di oggi, invece, \u00e8 delle pi\u00f9 indicibilmente difficili. Hai cos\u00ec voglia ad annunciare in rete che \u00abdopo il frastuono del di tutto e di pi\u00f9\u2026 il silenzio\u2026 per qualche settimana mi propongo di staccare totalmente da qui\u00bb. Basta infatti il minimo cedimento rispetto alla volont\u00e0 dichiarata di stare un poco pi\u00f9 raccolti e quieti\u00a0\u2013 una cortesia, una celia\u00a0\u2013 e una valanga di parole \u00e8 l\u00ec pronta a riversarsi su di noi o a uscire da noi. Il silenzio, perci\u00f2, questo miraggio oggid\u00ec, questa m\u00e8ta spesso irraggiungibile, per quanto desiderata o desiderabile, per conseguire la quale bisogna essere decisi a rinunciare a molto, dando allo stesso tempo prova della massima indifferenza e del massimo egoismo. Il silenzio, insomma, che spinto all\u2019estremo non \u00e8 nemmeno tutto questo gran splendore, ma in tante occasioni ci attrae potentemente e ci trasporta via, finendo al dunque per rigenerarci.<\/li>\n<li>Quando si crea uno strappo serio e quando le parole che si dicono \u2013 per meglio dire, si scrivono \u2013 sono pi\u00f9 che meditate e non dettate da un raptus improvviso, \u00e8 chiaro, non ci sono pi\u00f9 i margini per riannodare una storia. Da eterni romantici, magari ci proviamo pure \u2013 una, due, tre volte \u2013 bench\u00e9 senza alcuna convinzione. Cerchiamo giusto quell\u2019ultima conferma che, s\u00ec, avevamo inequivocabilmente ragione a pensarla in un certo modo. E dopo le lacrime, la forza per sussurrare: Ma va in mona!<\/li>\n<li>Certi giorni, dopo un valzer di luoghi, volti, voci, rumori, colori, emozioni, umori, parole dette e parole taciute, il corpo non si vuole muovere, la mente desidera stare spenta. Da l\u00ec un bisogno insopprimibile di stare fermi e isolati al massimo grado. Tappare le orecchie e oscurare schermi e finestre. Neutralizzare le interferenze esterne per ritrovare calma e concentrazione.<\/li>\n<li>Sono irrimediabilmente inquinate le nostre menti dall\u2019immondezzaio del quotidiano mediatizzato. Per disintossicarle e ritrovare una parvenza di ordinario aplomb, ci vuole uno sforzo poderoso, un impeto di volont\u00e0 quasi sovrumano. Beato chi tutto ignora e passa oltre.<\/li>\n<li>In linea generale, funzioniamo molto al di sotto delle nostre capacit\u00e0, come mente e come corpo. Con il giusto allenamento, l\u2019una e l\u2019altro possono fare miracoli. Non adeguatamente sollecitati e usati, entrambi cedono.<\/li>\n<li>Resistere alla tentazione del frammento, oggi, della frantumazione. Per provare a ricompattare, rimettere insieme, trovare una sintesi.<\/li>\n<li>Ognuno di noi cerca, ciascuno a suo modo, una maniera di esistere, ora in tono maggiore ora in tono minore, tale che non ci si debba rammaricare, un giorno s\u00ec e l\u2019altro pure, di essere al mondo.<\/li>\n<li>Giorni malati, quando non sai dire se sia bello o sia brutto, e resti a letto fino a tardi, pur sveglio da presto, e tormenti le lenzuola in un protratto gira e rivolta, un piede su e uno gi\u00f9, e alla fine ti rannicchi e stringi il cuscino, gli scuri semichiusi o le tapparelle abbassate, filtra un po\u2019 di luce ma \u00e8 troppo scarsa, e tristemente pensi a come ognuno di noi sia solo, ognuno con il suo proprio spazio, con la sua stanza o casa tutta per s\u00e9, e la caterva di brillanti conoscenze e i mille giri indipendenti e le centinaia di amici sparsi per il mondo, ma di fondo solo, al dunque in balia di eventi pi\u00f9 grandi di s\u00e9, in un mondo che non sai dire se sia bello o sia brutto, di sicuro vive giorni malati, e tu\/noi con esso.<\/li>\n<li>C\u2019\u00e8 un bambino irriducibile dentro di noi che si ostina a tirare molto tardi per non altro motivo che assistere in diretta alla metamorfosi di una fitta pioggerellina mista a nevischio in neve copiosa. Ed \u00e8 sempre quel bambino incorreggibile dentro di noi che al mattino, con la neve ancora esitante ai piedi della montagna, continua ad affacciarsi di fuori, quasi eccitandosi ai primi veri fiocchi dal cielo. Chiss\u00e0 invece chi sar\u00e0, il bambino o l\u2019adulto, che, perdendosi in un desiderio acuto di neve e nei soavi ricordi di nevicate storiche, sa di non venire a capo di nulla cos\u00ec bellamente imbambolato, ma non se ne duole troppo.<\/li>\n<li>Quel pomeriggio ebbe una nuova conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno: le giornate di pioggia, specie se stentata, lo rendevano di umore nero, apatico e assente. Alle volte nemmeno una musica, nemmeno una pagina scritta, nemmeno una voce amica erano di grande conforto, capaci di riscaldarle e riscattarle. Allora se ne stava l\u00ec, nella sommessa attesa che il momento affranto svaporasse, poi pazientemente rimetteva mano al lavoro, per quanto stanco. Stanco di interpretare e impersonare a ripetizione voci non sue, di diventare un altro e subito dopo un altro ancora, la sua voce silente. In qualche modo, per\u00f2, doveva scuotersi e venir via da quella condizione ricorrente di malinconia e svogliatezza, che lo portava alternativamente a distrarsi senza posa o ad astrarsi senza motivo. Un momento intento a seguire ossessivamente gli ultimi aggiornamenti dalla rete, quello successivo preso dai ricordi vacui di che cosa faceva, pensava, leggeva o scriveva anni prima. E questo malgrado da tempo si fosse ripromesso di non ricadere pi\u00f9 nelle nebbie del passato, e nemmeno lasciarsi imbrigliare nella morsa asfissiante di un presente da poco, per provare invece a recuperare almeno una dimensione minima di progettualit\u00e0 futura.<\/li>\n<li>Quell\u2019inizio contrastato dell\u2019estate 2010 decise che non era modo. Come vent\u2019anni prima si giocavano i mondiali di calcio, allora in casa, in Italia, adesso per la prima volta nel continente africano, in Sudafrica. Come allora, non gli interessavano granch\u00e9, era quasi tentato di tifare contro, di veder uscire presto quella nazionale senza qualit\u00e0 e senza carattere. Come allora, il paese viveva una fase terminale, agonica, l\u2019epilogo ora comico ora tragico ora semplicemente insulso di un suo preciso momento storico, su di cui molti si chiedevano come fosse mai potuto accadere, ma molti di pi\u00f9 erano quelli ai quali era andato bene, perci\u00f2 ora non si curavano delle sue bieche derive. Come allora, molto e molti gli stavano venendo a noia, lo irritavano o non gli davano chiss\u00e0 quale soddisfazione. Come allora, aveva una gran voglia di far niente. Diversamente da allora, doveva per\u00f2 fare, aveva delle responsabilit\u00e0 e non poteva pi\u00f9 lasciarsi risucchiare dal niente-vuoto tentatore. Decise cos\u00ec che era tempo di invecchiare, senza che ci\u00f2 volesse dire diventare decrepito, tutt\u2019altro. Dove era mai scritto, del resto, che a quarant\u2019anni suonati ci si potesse ancora definire giovani? E non era forse quella \u2013 il voler sentirsi eternamente giovani, malgrado l\u2019anagrafe; il non voler ammettere che gli anni passano ed esigono perci\u00f2 un conseguentemente adattamento \u2013 la malattia che stava rendendo ridicolo il paese e \u2013 s\u00ec s\u00ec, lui s\u00ec \u2013 pi\u00f9 che decrepito? S\u00ec, decise che era cos\u00ec\u2026<\/li>\n<li>E nulla glielo toglieva dalla testa: era l\u00ec, proprio l\u00ec, in quegli ultimissimi anni ottanta, quando tutto si era rimesso vorticosamente in moto, che avrebbero potuto\/dovuto compiere un grande balzo in avanti e approdare da subito a una nuova dimensione, pi\u00f9 in linea con il mondo intorno a loro. E invece era l\u00ec, proprio l\u00ec, che era mancato qualcosa, che avevano scontato tutto il ritardo accumulato e, anzich\u00e9 correre sciolti e spediti, si erano ritrovati fermi, impantanati, bloccati. (Negli anni successivi sarebbero anche riusciti \u2013 con grande fatica \u2013 a tirarsi fuori da quella palude, riprendendo \u2013 ora con maggiore, ora con minore tenacia ed efficacia \u2013 la loro marcia, ma quanto dispendio di energie \u2013 fisiche e mentali \u2013 e quante gioie e soddisfazioni perse e negate. E, ancora, quanti errori e quanti altri inopinati punti di arresto.)<\/li>\n<li>Una grande fragilit\u00e0: ti sembra essere questo un tratto che unisce tanta parte di chi \u00e8 nato dalla seconda met\u00e0 degli anni sessanta a \u2013 grosso modo \u2013 i due terzi dei settanta, vale dire chi ha vissuto almeno qualche anno della propria adolescenza negli anni ottanta. Fragilit\u00e0 declinata, tra le tante cose, come emotivit\u00e0, frammentariet\u00e0, dispersivit\u00e0, labilit\u00e0 e, va da s\u00e9, precariet\u00e0, tutte ad alti livelli. Fragilit\u00e0 che esteriormente magari si riesce pure a mascherare, dietro una corazza di apparente sicurezza e tutta una serie di dissimulazioni pi\u00f9 o meno riuscite, ma che al fondo permane, inestinguibile.<\/li>\n<li>Ti irridevano, se non insultavano, anni fa, molti tuoi coetanei, o gi\u00f9 di l\u00ec, quando dicevi, molto sicuro di te, a tratti arrogante, che i pi\u00f9 giovani di noi, noi allora trenta-quarantenni, arrivati gi\u00e0 adulti a internet, e spesso tardi e per vie molto traverse anche al nostro mestiere, avevano una marcia in pi\u00f9 di noi, ed erano loro il futuro, non noi, noi eterni indecisi o pretenziosi a oltranza, generazione x o peggio ancora. A posteriori credi di poter dire che non ti sbagliavi. Anzi, ogni giorno che passa la tua diagnosi di allora ti appare sempre pi\u00f9 corretta. Per quanto, non che tutto ci\u00f2 fatto dai pi\u00f9 giovani sia esaltante e memorabile; n\u00e9 che tutto ci\u00f2 fatto dai pi\u00f9 adulti sia da buttare e scordare.<\/li>\n<li>Che cosa distingue un passato passato da un passato che \u00e8 ancora presente? Un passato \u00e8 passato se nulla nella vita quotidiana, nemmeno un fuggevole pensiero, pi\u00f9 ci lega ai suoi modi di essere e di fare; \u00e8 ancora presente se ogni giorno qualcosa, tanto o poco che sia, ci riporta alle sue atmosfere, ai suoi umori, alle sue contingenze e vicissitudini.<\/li>\n<li>Un classico: quando non sai bene cosa fare di te, ripeschi a piene mani nel passato.<\/li>\n<\/ol>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Scrivere, che sia un impegno serio o un ingenuo passatempo, \u00e8 anche \u2013 o soprattutto \u2013 un modo di cercare conforto, in fondo. 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