{"id":2893,"date":"2015-03-30T09:25:57","date_gmt":"2015-03-30T07:25:57","guid":{"rendered":"http:\/\/nazzarenomataldi.com\/?p=2893"},"modified":"2015-03-30T09:25:57","modified_gmt":"2015-03-30T07:25:57","slug":"la-separazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nazzarenomataldi.com\/blog\/2015\/03\/30\/la-separazione\/","title":{"rendered":"La separazione"},"content":{"rendered":"<p><em>[Riprendendo e rivedendo, di nuovo, <a href=\"https:\/\/fogliedivite.wordpress.com\/2004\/03\/05\/la-separazione\/\" target=\"_blank\">una vecchia traduzione<\/a> (per diletto, \u00e7a va sans dire). Perch\u00e9 solo leggendo e rileggendo, come scrivendo e riscrivendo, ovvero traducendo e ritraducendo, si pu\u00f2 forse arrivare a capirci qualcosa.]<br \/>\n<\/em><\/p>\n<p>di <strong><a href=\"http:\/\/fr.wikipedia.org\/wiki\/Jacques_Ancet\">Jacques Ancet<\/a><\/strong>*<\/p>\n<blockquote><p>[\u2026] Congiunte dapprima, disgiunte in seguito, scrittura e traduzione si ricongiungono di nuovo, ma in un rapporto inverso rispetto all\u2019inizio. Il riavvicinamento non avviene pi\u00f9 sul tradurre, che presuppone sempre dualismo (vivere\/scrivere, creare\/tradurre) e, quindi, gerarchia e svalutazione del secondo termine rispetto al primo. Adesso si fonda sullo <em>scrivere<\/em>, perch\u00e9 entrambi sono un <em>produrre<\/em>. Cos\u00ec vita e scrittura, creazione e traduzione non si oppongono pi\u00f9. Scrivere \u00e8 un modo di vivere, tradurre un modo di scrivere. In altri termini, se lo scrittore <em>non \u00e8<\/em> un traduttore [del vissuto (n.d.t.)], il traduttore <em>\u00e8<\/em> uno scrittore. Ma di che tipo? Che ne \u00e8 del <em>soggetto traducente<\/em> rispetto al <em>soggetto scrivente<\/em>?<!--more--><\/p>\n<p>Bisognerebbe dire, innanzitutto, che la traduzione \u00e8 il lato <em>cosciente<\/em> di un\u2019attivit\u00e0 (scrivere) che non lo \u00e8 mai del tutto. Ogni scrittore [\u2026] non padroneggia mai consciamente tutto quello che scrive. Addirittura, scrive per scoprire ci\u00f2 che ignora ma che una parte di s\u00e9 (questo <em>altro<\/em> che \u00e8 l\u2019<em>io<\/em>) \u201csa\u201d in maniera oscura. Ora, se lo scrittore \u00e8 spesso <em>scritto<\/em> dal proprio testo, il traduttore scrive sempre la sua traduzione. \u00c8 questo, all\u2019inizio, ci\u00f2 che distingue fondamentalmente le due andature. Mentre il lavoro di scrittura comincia in una sorta di \u201cvuoto\u201d dinamico, quello che io chiamo un \u201cdesiderio\u201d senza oggetto o calamitato da un oggetto confuso, il lavoro di traduzione parte dalla conoscenza pi\u00f9 chiara e precisa possibile del suo oggetto. Perci\u00f2 il traduttore deve essere \u2013 \u00e8 \u2013 in un certo senso pi\u00f9 <em>intelligente<\/em> dell\u2019autore che traduce, perch\u00e9 il cammino percorso da quest\u2019ultimo in uno stato di esaltazione, o di coscienza accresciuta, deve rifarlo, con cognizione di causa, solo con gli arnesi di una coscienza lucida. Questo, in ogni caso, \u00e8 quello che penso quando confronto il mio doppio lavoro di scrittore e traduttore. Alcuni dei miei libri <em>non so<\/em>, letteralmente, come li ho scritti. Sono venuti; con la fatica e le difficolt\u00e0 che si vogliono, ma sono venuti. Tutto qui (ed \u00e8 molto). Viceversa, so sempre <em>molto bene<\/em> come ho tradotto un certo libro; mi ricordo la fatica che mi \u00e8 costato e perch\u00e9. <em>Ocnos<\/em> di Luis Cernuda, per esempio, con la trasparenza di una prosa che, tradotta tale e quale, diventava piatta, ampollosa. O <em>Nostalgia della morte<\/em> di Xavier Villaurrutia, le cui forme fisse assonanzate o rimate mi hanno richiesto mesi di lavoro allo stesso tempo terribili ed esaltanti. Dunque, il testo che traduco per me non ha mai il carattere instabile, incontrollato, oscuro del testo che scrivo. Contrasto che Borges [\u2026] riassume alla sua maniera: \u00abLo scritto originale dissimula omissioni volontarie, una certa vanit\u00e0, il timore di lasciare indovinare processi di pensiero che sentiamo pericolosamente banali, il desiderio di conservare intatto nel cuore dell\u2019opera una riserva d\u2019ombra infinita. La traduzione sembra invece destinata a illuminare la discussione estetica. Il modello che ci si propone di imitare \u00e8 un testo evidente, non un labirinto indistinto di progetti abbandonati n\u00e9 la tentazione della facilit\u00e0 cui ci si \u00e8 momentaneamente arresi\u00bb.<\/p>\n<p>Da qui la complessit\u00e0 dell\u2019atto di tradurre. Da qui anche l\u2019esaltazione, si \u00e8 detto, che pu\u00f2 accompagnarlo. Ma proprio qui si abbandona il regno della sola padronanza, del solo <em>savoir-faire<\/em>, per affrontare una seconda tappa dove il lavoro del traduttore sembra ricongiungersi al lavoro dello scrittore nella sua prima fase. Mentre quest\u2019ultimo \u00e8 all\u2019opposto diventato, in una seconda fase, molto pi\u00f9 cosciente. Come se le due andature si riavvicinassero ogni volta solo per meglio separarsi. In realt\u00e0, dopo il \u201cprimo getto\u201d, sempre sorprendente, sempre incontrollabile, lo scrittore lavora con tutte le risorse del suo sapere e della sua coscienza. Il processo pu\u00f2 essere lungo, delicato, difficile, ma il pi\u00f9 \u00e8 fatto. Per il traduttore, invece, stesa la prima versione con tutte le precauzioni e tutti gli scrupoli del caso (esattezza lessicale, sintattica, metrica ecc.), il pi\u00f9 resta da fare: trovare un ritmo che non sar\u00e0 identico (ogni ritmo \u00e8 singolare, dunque irripetibile) ma analogo, perch\u00e9 sar\u00e0 quello di un <em>altro<\/em> corpo. \u00c8 necessario, prima o poi, quello stesso stato di vuoto dinamico, di smarrimento, proprio della scrittura al suo principio, e dove pu\u00f2 effettivamente prodursi qualcosa di esaltante: l\u2019incontro di due soggettivit\u00e0 nello spazio della loro differenza.<\/p>\n<p>Essere fedeli \u00e8, dunque, e innanzitutto, essere fedeli a s\u00e9 stessi nell\u2019intesa con l\u2019altro. Un <em>s\u00e9<\/em> che non preesiste ma che si costituisce nell\u2019atto di tradurre, come per lo scrittore si costituisce nell\u2019atto di scrivere. Perch\u00e9, come afferma con profondit\u00e0 Humboldt, se \u201cogni comprensione \u00e8 una non-comprensione: ogni intesa affettiva o intellettuale \u00e8 una separazione\u201d, anche comprendere l\u2019altro \u00e8 <em>non<\/em> comprenderlo. \u00c8 rifiutare di <em>com<\/em>-prenderlo, di assorbirlo, per permettergli di restare s\u00e9 stesso. \u00c8, in cambio, anche non essere <em>compreso<\/em>, assorbito da lui, \u00e8 abitare il <em>soggetto<\/em> della propria enunciazione: l\u2019altro dell\u2019altro. La traduzione \u00e8 questa divergenza accettata. Tradurre \u00e8 insediarsi nello spazio di questa divergenza e rimanerci. Affinch\u00e9, l\u2019uno restando l\u2019uno e l\u2019altro restando l\u2019altro, possa finalmente stabilirsi una vera <em>com<\/em>-prensione.<\/p><\/blockquote>\n<p>*<a href=\"http:\/\/fr.wikipedia.org\/wiki\/Jacques_Ancet\"> Jacques Ancet<\/a>, \u00abLa s\u00e9paration\u00bb, in Martine Broda (a cura di), <a href=\"http:\/\/www.amazon.fr\/exec\/obidos\/ASIN\/2868200346\/402-9456491-6350546\"><em>La Traduction-po\u00e9sie. \u00c1 Antoine Berman<\/em><\/a>, Presses Universitaires de Strasbourg, Strasbourg 1999, pp. 183-186.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[Riprendendo e rivedendo, di nuovo, una vecchia traduzione (per diletto, \u00e7a va sans dire). Perch\u00e9 solo leggendo e rileggendo, come scrivendo e riscrivendo, ovvero traducendo e ritraducendo, si pu\u00f2 forse arrivare a capirci qualcosa.] di Jacques Ancet* [\u2026] Congiunte dapprima, disgiunte in seguito, scrittura e traduzione si ricongiungono di nuovo, ma in un rapporto inverso rispetto all\u2019inizio. Il riavvicinamento non avviene pi\u00f9 sul tradurre, che presuppone sempre dualismo (vivere\/scrivere, creare\/tradurre) e, quindi, gerarchia e svalutazione del secondo termine rispetto al primo. Adesso si fonda sullo scrivere, perch\u00e9 entrambi sono un produrre. 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