{"id":3102,"date":"2016-04-01T14:40:38","date_gmt":"2016-04-01T12:40:38","guid":{"rendered":"http:\/\/nazzarenomataldi.com\/?p=3102"},"modified":"2025-09-28T22:03:28","modified_gmt":"2025-09-28T20:03:28","slug":"maculae-macularum","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nazzarenomataldi.com\/blog\/2016\/04\/01\/maculae-macularum\/","title":{"rendered":"Maculae, macularum"},"content":{"rendered":"<p>Questo sito, nella versione attuale, nasce nel <a href=\"http:\/\/nazzarenomataldi.com\/blog\/2015\/03\/13\/ciao-mondo\/\">marzo 2015<\/a> dalla confluenza di due siti precedenti: una vetrina professionale in forma di blog e un blog vero e proprio che rispondeva al nome di <em>maculae vitae<\/em>; blog a sua volta nato ufficialmente nel gennaio 2013 sulle ceneri delle vecchie <a href=\"http:\/\/fogliedivite.wordpress.com\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>fogliedivite<\/em> <\/a>(mandate per sempre in archivio nel dicembre 2012), con l\u2019intenzione dichiarata di non volerne essere un prolungamento, bens\u00ec allo stesso tempo <a href=\"http:\/\/nazzarenomataldi.com\/blog\/2013\/01\/07\/qualcosa-di-piu-qualcosa-di-meno\/\">qualcosa di pi\u00f9 e qualcosa di meno<\/a>.<\/p>\n<p>Mese dopo mese, anno dopo anno, ci si accorge per\u00f2 che, a conti fatti, prevale di gran lunga il segno meno. I contenuti per cos\u00ec dire corposi, non riducibili a pochi tweet o qualche immagine, sono cio\u00e8 sempre pi\u00f9 scarsi: non si ha il tempo \u2013 e, probabilmente, nemmeno pi\u00f9 l\u2019abitudine, la passione, la dedizione \u2013 per elaborarli. A sprazzi magari ci si prova a ricalarsi nei panni di blogger, con l\u2019obiettivo di approntare post non banali a cadenza almeno settimanale, ma se va bene dura un mese o poco pi\u00f9, poi \u00e8 di nuovo scena muta.<\/p>\n<p>(Scena muta qui sul sito, s\u2019intende; perch\u00e9, per contro, i <a href=\"http:\/\/nazzarenomataldi.com\/blog\/2015\/06\/05\/cip-cip-cip\/\"><em>Cip! Cip cip!<\/em><\/a> su Twitter, quelli no, non scarseggiano. E, alla fine, forse \u00e8 anche colpa loro se poi non si ha altro da dire.)<\/p>\n<p>Cosa fare, allora? Pazientare e aspettare che torni l\u2019ispirazione, accanto alla dedizione? No, non funziona: un po\u2019 bisogna scuotersi e smuoversi, c\u2019\u00e8 poco da fare; un po\u2019 bisogna anche scuotere e smuovere il sito. E come, di grazia? Be\u2019, anche accorpando vecchi post e riproponendoli come un tutt\u2019uno, per esempio. La serie delle <a href=\"http:\/\/nazzarenomataldi.com\/blog\/category\/maculae\/\"><em>maculae<\/em><\/a>, per cominciare, nata a sua volta con l\u2019obiettivo di <a href=\"http:\/\/nazzarenomataldi.com\/blog\/2013\/01\/22\/maculae-1\/\">accorpare, concatenare, agglutinare note e nugae sparse<\/a>.<\/p>\n<p>Voil\u00e0, alla faccia della brevit\u00e0!<!--more--><\/p>\n<ol>\n<li>Se c\u2019\u00e8 una cosa che pi\u00f9 di ogni altra ti senti di rimproverare a internet, forse \u00e8 l\u2019eccessiva immediatezza: il troppo poco tempo che in genere passa tra l\u2019insorgere di un bisogno \u2013 di esprimersi, di comunicare, di commentare, di informarsi, di interagire \u2013 e il soddisfacimento di quel bisogno, pigiando il tasto Invia, con conseguenze non sempre esemplari. Ci fosse uno scarto temporale maggiore tra l\u2019insorgere del bisogno e il suo soddisfacimento, tutto sarebbe meno che un male. Ammirazione, allora, per chi pigia quel tasto Invia con molta parsimonia e accortezza, sforzandosi di dilatare i tempi pi\u00f9 che accorciarli, complessificando e arricchendo l\u2019espressione di s\u00e9 e non semplificandola, non banalizzandola in sterili e ripetitive caricature. Ammirazione, insomma, per chi continua o ha ripreso a fare un uso sapiente del blocco di carta, che sia per scrivere o prendere appunti, che sia per disegnare, che sia per incollare ritagli o fotografie.<\/li>\n<li>La Library of Congress che sta <a href=\"http:\/\/www.nybooks.com\/blogs\/nyrblog\/2013\/jan\/16\/librarians-twitterverse\/\">archiviando l\u2019intera Tweetosfera<\/a> per renderla accessibile agli storici di domani (se mai saranno capaci di ricavare qualcosa da questo mare sterminato di dati non strutturati). Tu che cancellando quasi tutti i vecchi tweet ti illudevi di fare una meritoria opera di pulizia, l\u2019equivalente di accendere un bel fal\u00f2 purificatore.<\/li>\n<li><em>Detox, detox, detox yourself\u2026 from the allure of life on the Net.<\/em> Facilissimo a dirsi. Ma un\u2019impresa pressoch\u00e9 impossibile, mancando di carattere. Perch\u00e9 appena ci ricaschi, dopo ogni piccola pausa, trovare la forza di staccare e mantenere una giusta distanza diventa sempre pi\u00f9 duro. A oggi la cosa pi\u00f9 semplice, malgrado il pessimo punto di partenza, \u00e8 stato ridurre al minimo le email, lette e scritte. La passione per giochi, chat e cavolate varie per fortuna non c\u2019\u00e8 mai stata. Ma sottrarsi al richiamo di questo o quel link, questa o quella foto o frase, che fatica. E se la domanda \u00e8 \u201cMa sottrarsi perch\u00e9? Basta fare tutto con la giusta misura\u201d, la risposta \u00e8 che la \u201cgiusta misura\u201d, anzi proprio l\u2019idea di \u201cgiusto\u201d, varia da persona a persona, \u00e8 tra le cose pi\u00f9 soggettive che ci siano (oltre a variare da momento a momento). Non esiste, quindi, un modo \u201cgiusto\u201d e univoco di rapportarsi alla rete: dipende dalle persone. C\u2019\u00e8 chi riesce a viverla serenamente (e buon per lui\/lei), e chi la vive in modo conflittuale, amandola e odiandola di pari passo perch\u00e9 crea in lui\/lei una forte dipendenza che ne esalta allo stesso tempo i lati migliori e peggiori. E se senti di appartenere alla seconda categoria, allora senti anche il bisogno di periodiche \u201cdisintossicazioni\u201d o prese di distanza, per riguadagnare una giusta misura, la <em>tua<\/em> giusta misura del momento.<\/li>\n<li>La testa fa tilt \/ di link in link saltando \/ la rete va gi\u00f9.<\/li>\n<li>Rileggersi ad anni di distanza nelle cose scritte in rete e, nonostante la discutibile logorrea, avercela non tanto con il cosa quanto con il come. Con la fretta, in particolare; con la smania; con la cura insufficiente, malgrado tutte le apparenti attenzioni. E nella scrittura, in rete come altrove, \u00e8 proprio questo il peccato maggiore, imperdonabile: la foga, la precipitazione, la sciatteria, la sufficienza. Senza una cura adeguata, anche il testo animato delle migliori intenzioni non \u00e8 degno che di scarsa considerazione. N\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno che, da sempre, ogni cosa al mondo.<\/li>\n<li>Tutti questi tuoi pensierini-ini-ini, per fermare i quali hai bisogno di fogliettini-ini-ini. Sapessi dire di pi\u00f9, scriveresti su dei quaderni grandi, magari a righe. Scarabocchi invece blocchetti di carta grigiolina, riciclata, sottile. Appunti quelle due o tre frasi che ti vengono di getto, poi agglutini un po\u2019, esaurisci un lato del foglietto, lo pieghi, prosegui sull\u2019altro. Finito anche questo, tra una cancellatura e un\u2019aggiunta, hai bello che finito di scrivere. Stacchi allora il foglietto, lo lasci riposare per qualche ora o giorno. Lo rileggi ogni po\u2019 di tempo. Se ti soddisfa, ne fai un post-ino-ino; se no, lo stracci. Alla fine, \u00e8 sempre cos\u00ec.<\/li>\n<li>A mettere in fila tutto quanto uno legge, sente, vede, linka, cita, scrive, pensa, fa, che cosa viene fuori? Oib\u00f2, un gran stordimento.<\/li>\n<li>Ci si espone anche al ridicolo (che sia in una cerchia ristretta di \u201camici\u201d o tra perfetti sconosciuti poco conta) con quello che via via si appunta online, per fissare\/condividere quanto passa per la testa in un dato momento, sia significativo e apprezzabile o (ed \u00e8 il pi\u00f9 delle volte) no. Ma come dice <a href=\"http:\/\/fogliedivite.wordpress.com\/2004\/03\/12\/scrivere\/#magris\">Claudio Magris<\/a> in un passo di <em>Danubio<\/em>, con il semplice gesto di annotare qualcosa ci sentiamo forse meno sperduti e soli e per certi versi la vita finisce per apparire meno insulsa e vuota, ricavandone cos\u00ec ogni volta quella piccola spinta indispensabile per andare avanti.<\/li>\n<li>Le nuove coordinate che periodicamente cerchiamo, venute a mancare le vecchie, per consunzione o abbandono.<\/li>\n<li>Questo bisogno reiterato di cambiare (pure blog), questo non arrivare mai a un\u2019espressione compiuta e stabile di s\u00e9, che non siano anche una spia della natura camaleontica e di fatto irrisolta di ogni traduttore?<\/li>\n<li>Il problema di trovare la sintonia fine, che sia nella resa di un testo e in altri contesti o discorsi.<\/li>\n<li>Una benedizione la rete, con tutte le sue possibilit\u00e0, ma anche una dannazione, una condanna, senza mai un vero punto fermo, stabile. E se le idee sulla carta sono difficili da modificare (<a href=\"http:\/\/www.toobigtoknow.com\">Weinberger<\/a> dixit), quelle sulla rete sono in vorticoso divenire, come noi che ne siamo parte.<\/li>\n<li>La necessit\u00e0 \u2013 sul fronte tecnologico \u2013 di essere moderni, aggiornati, al passo con i tempi. Ma anche la voglia e la tentazione, insopprimibili, di essere vagamente, blandamente r\u00e9tro. Il vizio ricorrente, allora, di due passi avanti e uno indietro. E, in certi momenti, il bisogno di stare quanto pi\u00f9 fermi, indolentemente. Come dopo una nevrastenica, schizzata corsa in avanti \u2013 o all\u2019indietro.<\/li>\n<li>Il bisogno continuo di ritararsi, esplorare e mappare nuovi territori, sperimentare e progressivamente correggere il tiro, anche a rischio di tornare poi in parte sui propri passi.<\/li>\n<li>Alla fine si riduce quasi tutto a una questione di scelte, a che cosa meriti di pi\u00f9 l\u2019investimento del nostro tempo e delle nostre capacit\u00e0.<\/li>\n<li>Bisogna saper scegliere nella vita: essere dentro o essere fuori. Stare l\u00ec l\u00ec sulla soglia a osservare, una volta un po\u2019 dentro e una volta un po\u2019 fuori, non si pu\u00f2. Soprattutto, bisogna capire quando \u00e8 il momento di cambiare (marcia, stile di vita, sport, passatempo ecc.): nella vita, come correndo, non si pu\u00f2 andare sempre dello stesso passo e sugli stessi percorsi; pause e variazioni, come accelerazioni e frenate, fanno parte del gioco.<\/li>\n<li>Il bisogno di rarefare e allungare, di darsi il tempo e il modo di capire, meditare, esprimere. Perch\u00e9 non siamo centometristi e il pensiero va riscaldato, allenato, propiziato.<\/li>\n<li>Non basta leggere, come non basta pensare, come non basta fare. Non basta, ma \u00e8 necessario. Come \u00e8 necessario innanzitutto studiare, imparare, osservare, ascoltare, imitare e anche un po\u2019 (tanto) meditare.<\/li>\n<li>L\u2019idea che si possano \u2013 anzi si debbano \u2013 diradare periodicamente i contatti e gli scambi, per meglio arrivare a conoscersi, ad autodefinirsi. L\u2019idea, anche, che in tante occasioni ci si possa \u2013 anzi ci si debba \u2013 sganciare da internet, dai cellulari, dalle reti e dai dispositivi digitali, per cercare di ritrovare e ristabilire un contatto migliore con il reale, oltre che con se stessi. L\u2019idea, infine, in fondo, che tutto questo interagire a distanza, attraverso canali elettronici, spesso non serva a granch\u00e9, non producendo nei fatti vere modificazioni dell\u2019io e del noi, se non in chiave spesso deteriore, con la mera illusione di assistere a un cambiamento serio, di sostanza, quando in realt\u00e0 lo \u00e8 quasi soltanto esteriore o comunque non tale da incidere in profondit\u00e0 e con effetti duraturi e rilevanti nella vita pratica, dove le stratificazioni del passato sono invece dure da scalfire per non dire erodere e progressivamente rimuovere, disegnando con il tempo il profilo di nuove valli, pianure, colline e montagne. L\u2019idea, insomma, in concreto, che ci sia ancora moltissima strada da fare, pi\u00f9 dentro che fuori di noi.<\/li>\n<li><em>Don\u2019t be lifeless, don\u2019t be lazy, don\u2019t be stupid! Move, ride your bike, hike, climb, dive, swim, run, walk or play \u2013 if you can. And you can! Love, above all, things and people and places you\u2019re passionate about!<\/em><\/li>\n<li>Sono stanchi i tuoi occhi, iniettati di sangue la sera, e incrinato\u00a0l\u2019umore, provato, quando prolunghi le sedute davanti a un computer, e l\u2019eccitazione per tutto quello che leggi e che scrivi o traduci non ti ripaga della luce naturale che perdi, dei colori di fuori che non vedi, dei suoni che non senti, dei sorrisi, le carezze, gli abbracci e baci che non ricevi e non dai.<\/li>\n<li>Le sere e le mattine che rivuoi quanto pi\u00f9 per te, via dalla smania di stare incollato a uno schermo a controllare le ultime news, gli ultimi aggiornamenti di stato, gli ultimi post, le ultime email promozionali.<\/li>\n<li>Una forma di resistenza non lasciarci schiacciare dal presente, dalle sue ombre limacciose, dalle sue idiozie ricorrenti, dalle sue perduranti malattie. Una forma di resistenza anche non indulgere in nostalgie vane e false idealizzazioni passatiste. Una forma di resistenza leggere e studiare e pensare e argomentare e ideare e progettare e realizzare. Una forma di resistenza immaginare e sviluppare una storia o soltanto fissare un\u2019impressione, un pensiero, un\u2019immagine. Una forma di resistenza cercare di allungare il respiro di tutto ci\u00f2 che facciamo. Una forma di resistenza sforzarci di amare ogni giorno un po\u2019 di pi\u00f9.<\/li>\n<li>Non sapere, oggi come in altri giorni, se andare a rituffarti in piscina, a correre, a pedalare, prendere un treno o startene fermo e buono dove sei. Questo \u00e8 solo un dettaglio, risibile, lo sai. Eppure, sono sempre i dettagli, le inezie, i malesseri minimi ma ricorrenti, a raccontare una storia, definirne i contorni, palesare quel qualcosa di pi\u00f9 che spesso sfugge o \u00e8 messo a tacere. I dettagli, cos\u00ec, a volte fanno anche pensare. Se \u00e8 sabato e sei mezzo esausto da una settimana solo apparentemente come le altre (ma non sono mai uguali le settimane, e nemmeno i giorni, nemmeno le ore, nemmeno i minuti: ogni attimo \u00e8 un concentrato straordinario di diversit\u00e0, di dettagli irripetibili), ancora di pi\u00f9. Ma neppure il pi\u00f9 dettagliato pensiero sui dettagli la pu\u00f2 sul fascino irresistibile di un <a href=\"http:\/\/minuterie.tumblr.com\/post\/16233810203\/cielo-rosa-arancio-al-tramonto\">cielo rosa-arancio al tramonto<\/a> di un sabato molto resistibile. Anche questo \u00e8 un dettaglio, ma fortuna che per una volta non te lo sia lasciato sfuggire.<\/li>\n<li>Non riuscire a fissare l\u2019umore della giornata in una semplice immagine, in poche brevi parole. Questo rende inquieti e nervosi, senza un motivo. Come dire che \u00e8 stata una giornata inquieta e nervosa, senza un motivo.<\/li>\n<li>Basta poco, basta rilassarti un momento di troppo o di colpo essere risucchiato dalle impellenze di qualche attivit\u00e0 collaterale, e in un niente sei in ritardo sulla tabella di marcia e, ci\u00f2 che forse rattrista di pi\u00f9, senza nulla da argomentare, senza nulla da fissare.<\/li>\n<li>Queste cose da fare al mattino, queste incombenza da sbrigare, queste pratiche da sistemare. Viene a mancare il tempo per te, dai e dai. E senti che qualcosa si perde, se ne va. Si crea un\u2019interruzione, una frattura che non \u00e8 facile, non \u00e8 immediato rimarginare.<\/li>\n<li>Sfiniscono le interruzioni, buttano gi\u00f9. Pensare agli altri, prestarti a una gentilezza, quando in realt\u00e0 \u00e8 a te che dovresti pensare per non restare indietro, per non ritrovarti puntualmente con l\u2019acqua alla gola, non ti far\u00e0 sentire uno stronzo ma di certo non ti fa guadagnare tempo.<\/li>\n<li>Alla fine sono sempre loro che non fanno tornare i conti: le mezze giornate perse per questa co(r)sa e quell\u2019altra, senza averle dedicate a te.<\/li>\n<li>Ma troppo assorbiti da noi stessi, dal nostro misero io ossessivo, dalle nostre piccole (pre)occupazioni e dai nostri cazzeggi (s\u00ec, spesso \u00e8 cos\u00ec, \u00e8 incontestabile), finiamo troppe volte per trascurare o dimenticare le cose e soprattutto le persone davvero importanti. \u00c8 l\u2019istinto di sopravvivenza, il bisogno di evolvere, di andare avanti, di non fermarci e non affliggerci oltre il dovuto, si dir\u00e0, ma quanto perdiamo cos\u00ec.<\/li>\n<li>Corri, corri, fai, ti sforzi, ti ingegni, sbagli, ti correggi, cadi, ti rialzi, ti riprendi, rinciampi, ricadi, di nuovo ti rialzi. Ci provi, ma tutti di certo non riuscirai mai ad accontentarli, non come vorrebbero loro almeno. Meglio prenderla con filosofia, allora, e non impazzirti n\u00e9 abbatterti mai pi\u00f9 di tanto, finch\u00e9 dura.<\/li>\n<li>Il nostro rischio pi\u00f9 grande? Ripeterci, ripercorrere vecchie strade e abitudini anche quando non \u00e8 pi\u00f9 il tempo, quando da noi si richiede semmai un balzo deciso verso nuove attitudini, verso nuove risoluzioni, verso nuove idealit\u00e0, assumendo quanto pi\u00f9 uno sguardo nuovo.<\/li>\n<li>Siamo, soprattutto nel lungo periodo, esseri monocordi, che tendono a ripetersi, a fare\/dire\/pensare suppergi\u00f9 le cose di sempre? Possibile. Pi\u00f9 che possibile.<\/li>\n<li>\u00c8 la disciplina che manca, verrebbe da dire; un darsi e rispettare delle regole, un metodo, una prassi. Ne rifuggiamo, invece, ne facciamo a meno, volutamente e no, improvvisando e tamponando alla meglio le tante falle, ricorrenti, insistenti. Ma non dovremmo farcene un vanto.<\/li>\n<li>L\u2019obiettivo professato, da ultimo, \u00e8 giorno dopo giorno abbassare il livello di inquinamento emozionale e mentale, grazie a un ridotto input informativo, e recuperare cos\u00ec una maggiore fluidit\u00e0 del pensiero. Provarci si pu\u00f2, si deve. Riuscirci esige tuttavia una disciplina che, per come siamo fatti o come siamo diventati, \u00e8 di per s\u00e9 un\u2019impresa. Ma disciplina \u00e8 anche sforzarci di trovare una linea di continuit\u00e0 tra le idee, i pensieri, i ragionamenti che si accendono nella nostra testa e, se siamo nella vena giusta, poi portiamo avanti. Non si pu\u00f2 cio\u00e8 scrivere \u2013 anche su un blog, di fatto \u2013 tutto quello che viene in mente, come viene in mente, ma \u00e8 necessario che si delinei e sviluppi una sequenza. Senza, siamo sempre l\u00ec, eternamente alla merc\u00e9 delle bizze del momento. E soddisfatti\/felici, alla fin fine, solo cos\u00ec cos\u00ec.<\/li>\n<li>Cominci a essere stanco di nuovo, nuovo, nuovo, dillo: non ti lasci pi\u00f9 incantare. Meglio il vecchio \u2013 ma non di ieri: dell\u2019altro ieri.<\/li>\n<li>L\u2019anima che periodicamente s\u2019intorbida, come l\u2019acqua percossa da correnti stizzite sopra un fondo di melma e sabbia.<\/li>\n<li>Poesia e nostalgia di un tempo che fu, povero e scarno quanto si vuole ma con tutt\u2019altro sapore \u2013 ampio, avvolgente, caldo \u2013 rispetto a quello venuto poi e, ancora di pi\u00f9, quello di oggi. Che fortuna averlo conosciuto, anche per poco e di striscio.<\/li>\n<li>I nostri genitori che a cinquant\u2019anni, ma anche quaranta se non trenta, il pi\u00f9 delle volte ci sembravano gi\u00e0 vecchi. Noi che alle stesse et\u00e0 manteniamo un\u2019aria giovanile e a tratti sbarazzina. Forse fin troppo.<\/li>\n<li>Non credere. Non credere che proseguendo cos\u00ec, senza rivedere e rimettere in ordine un bel po\u2019 di cose, sar\u00e0 una bella fine.<\/li>\n<li>\u00c8 stato \u2013 in parte forse lo \u00e8 ancora e, se vorr\u00e0, magari in futuro sapr\u00e0 esserlo di pi\u00f9 \u2013 un bel paese, ma oggi come oggi non d\u00e0 grande gioia. Molto c\u2019\u00e8 da ripensare, molto da demolire, molto da meglio costruire.<\/li>\n<li>Come sar\u00e0 tra qualche mese o anno, <em>vallo a sape\u2019<\/em>. Ma ora come ora, <em>bella nen \u00e8!<\/em> Il dato che con pi\u00f9 forza emerge nella vita di tutti i giorni \u00e8 quello di una crescente complessit\u00e0 e, in parallelo, una sempre pi\u00f9 vistosa fragilit\u00e0.<\/li>\n<li>Il futuro passer\u00e0 probabilmente per la riscoperta, la riconsiderazione e la rivalorizzazione del nostro passato pi\u00f9 remoto. Il presente, di sicuro, passa gi\u00e0 per la resa dei conti con il nostro passato prossimo.<\/li>\n<li>Quella sensazione di naufragio di chi, sommerso da troppe cose, apprensioni e incombenze, non si ritrova pi\u00f9 o mai si \u00e8 veramente trovato.<\/li>\n<li>Un malessere sordo, diffuso, compresso, malcelato, nella vita di molti di noi. Insoddisfatti, sfiduciati, malfidati, dilaniati, sempre pi\u00f9 spesso squattrinati, dunque, se non fuori, dentro quanto mai incazzati. Il malumore cova, ribolle, a tratti fuoriesce, esplode. A farne le spese, il pi\u00f9 delle volte, le persone pi\u00f9 care, le pi\u00f9 innocenti.<\/li>\n<li>Dipenda solo da noi o anche dal tempo, incerto, mutevole, fragile, sfranto, ma \u00e8 un periodo in cui gli entusiasmi, quelli veri, intensi, vibranti, durano poco, due, tre giorni quando va bene, sulla scia di qualche emozione viva, profonda, potente, poi risubentra un indistinto grigiore, un clima fiacco, svogliato, sterile, asettico, come mancasse linfa, slancio, vigore, come se tutto tornasse a essere come sempre, fioco, sbiadito, smorto, mediocre, consumato nell\u2019attesa rassegnata di qualcosa sempre l\u00e0 da venire.<\/li>\n<li>Quante volte, nella nostra vita, ci saremo dati la proverbiale zappa sui piedi, procurando pi\u00f9 o meno inconsapevolmente un danno a noi stessi. Succede di continuo: quando diciamo di no a tante buone occasioni, perdendo cos\u00ec opportunit\u00e0 potenzialmente d\u2019oro; quando siamo troppo incerti e titubanti e restii davanti a tante situazioni che viceversa andrebbero colte al volo e sfruttate al meglio; ma anche quando non sappiamo dire di no a tante cose che dentro di noi gi\u00e0 sappiamo che non produrranno nulla di buono, e invece non siamo sufficientemente forti e lucidi da opporci. Capita, e con gli anni finiamo anche per farcene una ragione. Ma quando ci ricaschiamo, o vediamo altri farlo, qualcosa dentro di noi si muove e pensa a quanto siamo stupidi e malaccorti tante volte.<\/li>\n<li>Cercano, uomini, donne, libert\u00e0, indipendenza, ma viene il momento che, da soli, non ce la fanno.<\/li>\n<li>\u00c8 o dovrebbe o potrebbe essere un processo continuo di vaglio, cernita, messa a punto, ridefinizione, cambio, ritorno sui propri passi e ancora scarto, ribaltamento e scatto in avanti. Molto pi\u00f9 spesso \u00e8 solo un cercare e cercare.<\/li>\n<li>Indietreggiare, rallentare, allontanarsi: per avere una visione d\u2019insieme migliore \u2013 e godere di uno stato d\u2019animo pi\u00f9 sereno.<\/li>\n<li>Scrivere, che sia un impegno serio o un ingenuo passatempo, \u00e8 anche \u2013 o soprattutto \u2013 un modo di cercare conforto, in fondo. Come leggere o ascoltare musica o andare a vedere un film al cinema, del resto.<\/li>\n<li>Non sono tutte belle le cose che pensiamo, diciamo, scriviamo (di quelle che facciamo, nemmeno a parlarne). Per quanta attenzione ci mettiamo, per quanta autocensura ci imponiamo, seminiamo tali eminenti brutture che solo a riconsiderarle, a distanza di tempo, inorridiamo.<\/li>\n<li>Rispondere, rispondere subito, se necessario rispondere anche per le rime, anche senza andare troppo per il sottile, ma rispondere. Se non rispondi, se fai passare del tempo, significa che in realt\u00e0 non te ne importa (pi\u00f9) niente; peggio, che hai paura e vuoi cos\u00ec evitare il confronto o lo scontro, nel qual caso hai gi\u00e0 perso in partenza, non sei fatto per quel gioco. Non che si debba sempre ribattere colpo su colpo e all\u2019istante: a volte passare sopra a qualche episodio o parola spiacevole \u00e8 anzi preferibile, pu\u00f2 denotare maturit\u00e0 e forse anche superiorit\u00e0; altre volte \u00e8 magari pi\u00f9 fruttuoso replicare velenosamente quando l\u2019interlocutore meno se l\u2019aspetta (pur correndo cos\u00ec il rischio di compromettere del tutto la situazione). Ma come regola generale, mai far passare troppo tempo e mai essere troppo remissivo o accondiscendente. Se possibile, condurre il gioco, muovere per primo e mai chiudersi da s\u00e9 in un angolo (che equivale a ritenere chiusa l\u2019esperienza o non pi\u00f9 degna delle proprie energie migliori).<\/li>\n<li>Quella volta, dopo uno dei frequenti e semiburrascosi commiati pubblici da una mailing list dove avevi il brutto vizio di intervenire a iosa (ma non pi\u00f9 di tanto a sproposito), che una collega (con la quale poco prima avevi avuto un piccolo diverbio) ti scrisse in privato invitandoti a ritornare sulla tua decisione: \u00abNon ti conosco, ti ho visto di sfuggita a [xxx], ma mi chiedo: non \u00e8 che ti sei reso conto di quanto piacere ti facesse essere in [yyy], e hai voluto privartene a bella posta, forse per autopunizione?\u00bb. Non aveva tutti i torti; anzi, aveva sicuramente ragione (tant\u2019\u00e8 che presto saresti rientrato puntualmente in lista, dapprima conservando un moderato silenzio, ma poco pi\u00f9 in l\u00e0 riprendendo a scrivere a spron battuto, fino al picco di visibilit\u00e0 \u2013 e, forse, anche discutibile popolarit\u00e0 \u2013 raggiunto con una certa lettera aperta ai giornali). Ma nemmeno tu avevi tutti i torti nel voler adottare questa \u201cautopunizione\u201d, ben sapendo che in certi casi \u00e8 l\u2019unica maniera di autocontrollarsi ed evitare che a un massimo di net-loquacit\u00e0 (insostenibile) di colpo faccia seguito un massimo di net-silenzio (opprimente).<\/li>\n<li>Il silenzio, il silenzio\u2026 un uso \u2013 e consumo \u2013 pi\u00f9 parco delle parole, <em>please!<\/em> Parrebbe una richiesta e una decisione semplice da ottemperare; nel mondo di oggi, invece, \u00e8 delle pi\u00f9 indicibilmente difficili. Hai cos\u00ec voglia ad annunciare in rete che \u00abdopo il frastuono del di tutto e di pi\u00f9\u2026 il silenzio\u2026 per qualche settimana mi propongo di staccare totalmente da qui\u00bb. Basta infatti il minimo cedimento rispetto alla volont\u00e0 dichiarata di stare un poco pi\u00f9 raccolti e quieti\u00a0\u2013 una cortesia, una celia\u00a0\u2013 e una valanga di parole \u00e8 l\u00ec pronta a riversarsi su di noi o a uscire da noi. Il silenzio, perci\u00f2, questo miraggio oggid\u00ec, questa m\u00e8ta spesso irraggiungibile, per quanto desiderata o desiderabile, per conseguire la quale bisogna essere decisi a rinunciare a molto, dando allo stesso tempo prova della massima indifferenza e del massimo egoismo. Il silenzio, insomma, che spinto all\u2019estremo non \u00e8 nemmeno tutto questo gran splendore, ma in tante occasioni ci attrae potentemente e ci trasporta via, finendo al dunque per rigenerarci.<\/li>\n<li>Quando si crea uno strappo serio e quando le parole che si dicono \u2013 per meglio dire, si scrivono \u2013 sono pi\u00f9 che meditate e non dettate da un raptus improvviso, \u00e8 chiaro, non ci sono pi\u00f9 i margini per riannodare una storia. Da eterni romantici, magari ci proviamo pure \u2013 una, due, tre volte \u2013 bench\u00e9 senza alcuna convinzione. Cerchiamo giusto quell\u2019ultima conferma che, s\u00ec, avevamo inequivocabilmente ragione a pensarla in un certo modo. E dopo le lacrime, la forza per sussurrare: Ma va in mona!<\/li>\n<li>Certi giorni, dopo un valzer di luoghi, volti, voci, rumori, colori, emozioni, umori, parole dette e parole taciute, il corpo non si vuole muovere, la mente desidera stare spenta. Da l\u00ec un bisogno insopprimibile di stare fermi e isolati al massimo grado. Tappare le orecchie e oscurare schermi e finestre. Neutralizzare le interferenze esterne per ritrovare calma e concentrazione.<\/li>\n<li>Sono irrimediabilmente inquinate le nostre menti dall\u2019immondezzaio del quotidiano mediatizzato. Per disintossicarle e ritrovare una parvenza di ordinario aplomb, ci vuole uno sforzo poderoso, un impeto di volont\u00e0 quasi sovrumano. Beato chi tutto ignora e passa oltre.<\/li>\n<li>In linea generale, funzioniamo molto al di sotto delle nostre capacit\u00e0, come mente e come corpo. Con il giusto allenamento, l\u2019una e l\u2019altro possono fare miracoli. Non adeguatamente sollecitati e usati, entrambi cedono.<\/li>\n<li>Resistere alla tentazione del frammento, oggi, della frantumazione. Per provare a ricompattare, rimettere insieme, trovare una sintesi.<\/li>\n<li>Ognuno di noi cerca, ciascuno a suo modo, una maniera di esistere, ora in tono maggiore ora in tono minore, tale che non ci si debba rammaricare, un giorno s\u00ec e l\u2019altro pure, di essere al mondo.<\/li>\n<li>Giorni malati, quando non sai dire se sia bello o sia brutto, e resti a letto fino a tardi, pur sveglio da presto, e tormenti le lenzuola in un protratto gira e rivolta, un piede su e uno gi\u00f9, e alla fine ti rannicchi e stringi il cuscino, gli scuri semichiusi o le tapparelle abbassate, filtra un po\u2019 di luce ma \u00e8 troppo scarsa, e tristemente pensi a come ognuno di noi sia solo, ognuno con il suo proprio spazio, con la sua stanza o casa tutta per s\u00e9, e la caterva di brillanti conoscenze e i mille giri indipendenti e le centinaia di amici sparsi per il mondo, ma di fondo solo, al dunque in balia di eventi pi\u00f9 grandi di s\u00e9, in un mondo che non sai dire se sia bello o sia brutto, di sicuro vive giorni malati, e tu\/noi con esso.<\/li>\n<li>C\u2019\u00e8 un bambino irriducibile dentro di noi che si ostina a tirare molto tardi per non altro motivo che assistere in diretta alla metamorfosi di una fitta pioggerellina mista a nevischio in neve copiosa. Ed \u00e8 sempre quel bambino incorreggibile dentro di noi che al mattino, con la neve ancora esitante ai piedi della montagna, continua ad affacciarsi di fuori, quasi eccitandosi ai primi veri fiocchi dal cielo. Chiss\u00e0 invece chi sar\u00e0, il bambino o l\u2019adulto, che, perdendosi in un desiderio acuto di neve e nei soavi ricordi di nevicate storiche, sa di non venire a capo di nulla cos\u00ec bellamente imbambolato, ma non se ne duole troppo.<\/li>\n<li>Quel pomeriggio ebbe una nuova conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno: le giornate di pioggia, specie se stentata, lo rendevano di umore nero, apatico e assente. Alle volte nemmeno una musica, nemmeno una pagina scritta, nemmeno una voce amica erano di grande conforto, capaci di riscaldarle e riscattarle. Allora se ne stava l\u00ec, nella sommessa attesa che il momento affranto svaporasse, poi pazientemente rimetteva mano al lavoro, per quanto stanco. Stanco di interpretare e impersonare a ripetizione voci non sue, di diventare un altro e subito dopo un altro ancora, la sua voce silente. In qualche modo, per\u00f2, doveva scuotersi e venir via da quella condizione ricorrente di malinconia e svogliatezza, che lo portava alternativamente a distrarsi senza posa o ad astrarsi senza motivo. Un momento intento a seguire ossessivamente gli ultimi aggiornamenti dalla rete, quello successivo preso dai ricordi vacui di che cosa faceva, pensava, leggeva o scriveva anni prima. E questo malgrado da tempo si fosse ripromesso di non ricadere pi\u00f9 nelle nebbie del passato, e nemmeno lasciarsi imbrigliare nella morsa asfissiante di un presente da poco, per provare invece a recuperare almeno una dimensione minima di progettualit\u00e0 futura.<\/li>\n<li>Quell\u2019inizio contrastato dell\u2019estate 2010 decise che non era modo. Come vent\u2019anni prima si giocavano i mondiali di calcio, allora in casa, in Italia, adesso per la prima volta nel continente africano, in Sudafrica. Come allora, non gli interessavano granch\u00e9, era quasi tentato di tifare contro, di veder uscire presto quella nazionale senza qualit\u00e0 e senza carattere. Come allora, il paese viveva una fase terminale, agonica, l\u2019epilogo ora comico ora tragico ora semplicemente insulso di un suo preciso momento storico, su di cui molti si chiedevano come fosse mai potuto accadere, ma molti di pi\u00f9 erano quelli ai quali era andato bene, perci\u00f2 ora non si curavano delle sue bieche derive. Come allora, molto e molti gli stavano venendo a noia, lo irritavano o non gli davano chiss\u00e0 quale soddisfazione. Come allora, aveva una gran voglia di far niente. Diversamente da allora, doveva per\u00f2 fare, aveva delle responsabilit\u00e0 e non poteva pi\u00f9 lasciarsi risucchiare dal niente-vuoto tentatore. Decise cos\u00ec che era tempo di invecchiare, senza che ci\u00f2 volesse dire diventare decrepito, tutt\u2019altro. Dove era mai scritto, del resto, che a quarant\u2019anni suonati ci si potesse ancora definire giovani? E non era forse quella \u2013 il voler sentirsi eternamente giovani, malgrado l\u2019anagrafe; il non voler ammettere che gli anni passano ed esigono perci\u00f2 un conseguentemente adattamento \u2013 la malattia che stava rendendo ridicolo il paese e \u2013 s\u00ec s\u00ec, lui s\u00ec \u2013 pi\u00f9 che decrepito? S\u00ec, decise che era cos\u00ec\u2026<\/li>\n<li>E nulla glielo toglieva dalla testa: era l\u00ec, proprio l\u00ec, in quegli ultimissimi anni ottanta, quando tutto si era rimesso vorticosamente in moto, che avrebbero potuto\/dovuto compiere un grande balzo in avanti e approdare da subito a una nuova dimensione, pi\u00f9 in linea con il mondo intorno a loro. E invece era l\u00ec, proprio l\u00ec, che era mancato qualcosa, che avevano scontato tutto il ritardo accumulato e, anzich\u00e9 correre sciolti e spediti, si erano ritrovati fermi, impantanati, bloccati. (Negli anni successivi sarebbero anche riusciti \u2013 con grande fatica \u2013 a tirarsi fuori da quella palude, riprendendo \u2013 ora con maggiore, ora con minore tenacia ed efficacia \u2013 la loro marcia, ma quanto dispendio di energie \u2013 fisiche e mentali \u2013 e quante gioie e soddisfazioni perse e negate. E, ancora, quanti errori e quanti altri inopinati punti di arresto.)<\/li>\n<li>Una grande fragilit\u00e0: ti sembra essere questo un tratto che unisce tanta parte di chi \u00e8 nato dalla seconda met\u00e0 degli anni sessanta a \u2013 grosso modo \u2013 i due terzi dei settanta, vale dire chi ha vissuto almeno qualche anno della propria adolescenza negli anni ottanta. Fragilit\u00e0 declinata, tra le tante cose, come emotivit\u00e0, frammentariet\u00e0, dispersivit\u00e0, labilit\u00e0 e, va da s\u00e9, precariet\u00e0, tutte ad alti livelli. Fragilit\u00e0 che esteriormente magari si riesce pure a mascherare, dietro una corazza di apparente sicurezza e tutta una serie di dissimulazioni pi\u00f9 o meno riuscite, ma che al fondo permane, inestinguibile.<\/li>\n<li>Ti irridevano, se non insultavano, anni fa, molti tuoi coetanei, o gi\u00f9 di l\u00ec, quando dicevi, molto sicuro di te, a tratti arrogante, che i pi\u00f9 giovani di noi, noi allora trenta-quarantenni, arrivati gi\u00e0 adulti a internet, e spesso tardi e per vie molto traverse anche al nostro mestiere, avevano una marcia in pi\u00f9 di noi, ed erano loro il futuro, non noi, noi eterni indecisi o pretenziosi a oltranza, generazione x o peggio ancora. A posteriori credi di poter dire che non ti sbagliavi. Anzi, ogni giorno che passa la tua diagnosi di allora ti appare sempre pi\u00f9 corretta. Per quanto, non che tutto ci\u00f2 fatto dai pi\u00f9 giovani sia esaltante e memorabile; n\u00e9 che tutto ci\u00f2 fatto dai pi\u00f9 adulti sia da buttare e scordare.<\/li>\n<li>Che cosa distingue un passato passato da un passato che \u00e8 ancora presente? Un passato \u00e8 passato se nulla nella vita quotidiana, nemmeno un fuggevole pensiero, pi\u00f9 ci lega ai suoi modi di essere e di fare; \u00e8 ancora presente se ogni giorno qualcosa, tanto o poco che sia, ci riporta alle sue atmosfere, ai suoi umori, alle sue contingenze e vicissitudini.<\/li>\n<li>Un classico: quando non sai bene cosa fare di te, ripeschi a piene mani nel passato.<\/li>\n<li>Ha un retrogusto amaro gennaio, il sapore di una lunga convalescenza. Per questo concilia forse la lettura, lo stare distesi, in casa. Cos\u00ec dicevi nel gennaio 2010. Tre anni dopo confermi, aggiungendo che senza neve \u00e8 un mese ancora pi\u00f9 fiacco e inerte, ancora pi\u00f9 sospeso e interlocutorio, tutto da (ri)letture, (ri)scritture, (ri)ascolti e (ri)pensamenti. Insomma, l\u2019ideale per (ri)illuderci che da un anno all\u2019altro non cambi mai nulla. Nulla di significativo, profondo, drastico, irreversibile. Proprio cos\u00ec, no?<\/li>\n<li>Leggendo, leggendo, la mente a volte s\u2019inceppa e scricchiola, poi piano riprende il flusso.<\/li>\n<li>Repentine, spiazzanti accelerazioni poi lievi, pacati colpi di freno e\u2026 suadente, religioso silenzio.<\/li>\n<li>Absent-minded. Sweet cathartic silence, with distorted guitar sounds.<\/li>\n<li>Il poco tempo che ci \u00e8 dato di esistere troppo spesso fugge via colpevolmente senza quasi neanche accorgersene di quanto sia incommensurabile essere.<\/li>\n<li>Qualcosa di noi sempre ci sfugge.<\/li>\n<li>Fuggevole l\u2019estate della vita, fuggevole l\u2019andare, fuggevole l\u2019essere qui.<\/li>\n<li>Questi convulsi anni in rete\u2026 non che alla fine si salvi molto\u2026 un po\u2019 come tutto il resto.<\/li>\n<li>Eravamo isolati, la rete ci ha avvicinati e uniti, poi, per mancanza troppo spesso di un contatto diretto, a fasi alterne ci ha anche rinchiusi, rabbiosi, in noi stessi.<\/li>\n<li>Again and again, what a terrific waste of time all this browsing and searching and quoting and linking.<\/li>\n<li>C\u2019\u00e8 un limite alle parole, al numero delle parole che la mente pu\u00f2 gestire ogni giorno ascoltando, parlando, leggendo, scrivendo, traducendo. Sopra ogni altra cosa, scrivendo e traducendo. Cos\u00ec, volta per volta, una componente linguistica sottrae spazio all\u2019altra, depotenzia e squilibra l\u2019altra.<\/li>\n<li>Ti accorgi, col tempo, che dire di no, anche a fronte di una richiesta praticamente impossibile da soddisfare, ha sempre un risvolto per qualche verso negativo. Dicendo di s\u00ec crei un rapporto \u2013 lavorativo, affettivo, d\u2019amicizia ecc. \u2013 o gli dai modo di rinsaldarsi. Dicendo di no lo raffreddi, lo blocchi sul nascere o non gli permetti di evolvere; lasci intendere che non vuoi investirci sopra o, comunque, non pi\u00f9 di tanto, ovvero senza sacrificare nulla di significativo; in altre parole, fai capire che hai altre priorit\u00e0. E pur essendoci modi e modi di dire di no, all\u2019atto pratico quel diniego ha sempre un suo costo: un diradarsi dei contatti, un (ri)allontanarsi, un tornare a ignorarsi.<\/li>\n<li>Dimenticare e dimenticarsi, e riscoprire l\u2019infinita bellezza che \u00e8 intorno.<\/li>\n<li>Regolarit\u00e0 e costanza: anche di poco, quando non gira, ma ogni giorno bisogna portarsi avanti.<\/li>\n<li>\u00c8 faticoso, ma <em>alla fine<\/em> una regola bisogna pur darsela. Alla fine.<\/li>\n<li>L\u2019ossessione \u00e8 di quelle dure a morire: rivedere, ritoccare, correggere, prima aggiungere, poi tagliare, cancellare o spostare. Arrivare alla giusta misura.<\/li>\n<li>Di quiete \u00e8 ricolma la sera, di silenzio e di assenza.<\/li>\n<li>Un po\u2019 come noi, le tracce sulla neve, di qua e di l\u00e0, di vita breve, storie da dipanare.<\/li>\n<li>I dettagli sono tutto, ha detto e scritto pi\u00f9 di qualcuno, e c\u2019\u00e8 da credergli. La natura, per conto suo, lo sa e mette in pratica da sempre, e noi possiamo solo restarne ammirati.<\/li>\n<li>\u00c8 quello che non sai che pu\u00f2 crearti un fremito vivo. Quello che gi\u00e0 sai uccide in partenza ogni entusiasmo, ogni poesia, ogni stupore. La verit\u00e0 \u00e8 che abbiamo fame di imprevisti, di cambiamenti magari dell\u2019ultimo momento; meno di previsioni certe, puntualmente verificate.<\/li>\n<li>Perso lo smalto, perso lo slancio, perso l\u2019afflato, perso l\u2019incanto. Persi il bisogno, l\u2019ingegno, il ritegno; rimasti l\u2019indegno e lo sdegno.<\/li>\n<li>Non c\u2019\u00e8 quasi pi\u00f9 niente, \/ pi\u00f9 niente che funzioni. \/ Stiamo andando a rotoloni. \/\/ Nell\u2019ex paese risplendente \/ un vero branco di pecoroni \/ mentecatti intrallazzoni. \/\/ Da non credere un bel niente \/ quando parlano sti zozzoni, \/ sapienti dei miei coglioni.<\/li>\n<li>Iniziare a detestare tante, troppe cose, ed essere molto meno concilianti di un tempo, ribaltando l\u2019idea che con l\u2019et\u00e0 si diventi pi\u00f9 tolleranti.<\/li>\n<li>Accumulare grande rabbia nella testa, e di riflesso nel corpo, non \u00e8 mai un bene, non rende mai orgogliosi e felici di s\u00e9. Ma \u00e8 quello che spesso ispirano i tempi.<\/li>\n<li>Essere proprio messi male finendo sempre pi\u00f9 di frequente per avere nostalgia di persone e cose di tempi in cui gi\u00e0 eravamo messi male.<\/li>\n<li>Verr\u00e0 quel giorno \u2013 o magari gi\u00e0 \u00e8 stato \u2013 in cui ci diremo che non c\u2019abbiamo mai capito un ciufolo nella vita. E sar\u00e0 quel che sar\u00e0.<\/li>\n<li>L\u2019impressione ricorrente di avere in tanti, troppi, buttato gli anni migliori della vita \u2013 e forse di tutta la storia \u2013 collezionisti spesso di piaceri mediocri e lamentazioni stucchevoli.<\/li>\n<li>Possiamo e sappiamo lamentarci <em>\u00e0 gogo<\/em>, mettendoci a esaminare con estremo puntiglio tutto quello che non va nella nostra vita, nel nostro paese e in generale nel mondo. Epper\u00f2, pensandoci meglio, a quanti momenti storici, a quante piccole e grandi rivoluzioni abbiamo avuto la ventura di assistere nel giro di trenta, quarant\u2019anni. Solo dall\u201989 in poi, \u00e8 successo di tutto e di pi\u00f9. Non sempre in meglio o in modo indolore, \u00e8 chiaro; ma dire che siano stati anni scialbi e noiosi, privi completamente di fascino, sarebbe dire una bestemmia.<\/li>\n<li>Per\u00f2, che senso di sconfitta \u2013 accanto alla nausea \u2013 ritrovarsi vent\u2019anni dopo n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno (in realt\u00e0, per tanti aspetti peggio) che nelle condizioni di crisi politico-istituzionale-economico-sociale-culturale (e forse anche individuale) e nel clima generale di incertezza e confusione di un periodo che (somma illusione!) credevamo di esserci lasciati alle spalle. Con l\u2019aggravante che se a 20-30 anni sei ancora nel pieno delle energie e degli slanci entusiastici, a 40-50 cominci a essere quasi solo un pieno di acciacchi, problemi, abbattimenti; perci\u00f2, molto meno disposto a chiudere un occhio e pensare che s\u00ec, ci vorr\u00e0 tempo, ma in un modo o nell\u2019altro la situazione si sistemer\u00e0. No, non \u00e8 pi\u00f9 il decennio \u2013 gli anni novanta \u2013 del \u201cin qualche modo\u201d. N\u00e9 \u00e8 pi\u00f9 il tempo in cui bastava rifugiarsi in qualche brano musicale per alleggerire un po\u2019 la testa dal tetro umore. Bisognerebbe prenderne atto e agire di conseguenza.<\/li>\n<li>Un decennio sull\u2019altalena, gli anni zero, molti successi e molti fallimenti, alti e bassi clamorosi, sogni\/speranze e illusioni\/delusioni in quantit\u00e0 industriale, tutto alla nefasta insegna di una precariet\u00e0 ubiquitaria e contundente, qua e l\u00e0 paralizzante. E trovare una classica via di mezzo, rinunciare a qualche picco ed evitare di riflesso pi\u00f9 di un tonfo, no? Potrebbe essere la sfida degli anni dieci: assestarsi su livelli intermedi, accettando la <em>mediocritas<\/em> in noi. O, viceversa, continuare a ogni costo a cercare l\u2019<em>optimum<\/em>, con tutti i rischi del caso? Facciamo cos\u00ec: un<em>a optima mediocritas<\/em> e non se ne parli pi\u00f9.<\/li>\n<li>Spesso, quel nostro essere (stati) adolescenti fuori \u2013 ma molto fuori \u2013 dal tempo massimo, nella vita reale, quasi solo perch\u00e9, da non nativi digitali, a tutti gli effetti pratici ancora adolescenti in quella virtuale.<\/li>\n<li>Mutanti con gli occhi pieni di lacrime al ricordo del mondo della nostra infanzia ma, volenti o nolenti, calati in tutto e per tutto nella realt\u00e0 di oggi. Piuttosto schizofrenici, di conseguenza.<\/li>\n<li>\u00c8 vero che l\u2019innovazione si produce tendenzialmente al confine tra ordine e caos. Ma che equilibrismo che \u00e8 richiesto.<\/li>\n<li>Tenere insieme presente, passato, futuro, in un gran frullato dispensatore di fermenti vitali: un\u2019impresa! A vuoto?<\/li>\n<li>Nel bilancio tra vecchio e nuovo, grandi guadagni, grandi perdite, grande e disarmante indeterminatezza.<\/li>\n<li>\u00c8 quello che \u00e8 \/ il tempo che si vive \/ \u00e8 quel che si fa\u00a0 \u2013 per resistere, per non soccombere, per ribaltare le situazioni, spiazzando e cambiando.<\/li>\n<li>Il tenace attaccamento interiore, istintivo, al di l\u00e0 di ogni nostra avversione razionale e dichiarata, alle realt\u00e0 in cui nasciamo e cresciamo e viviamo.<\/li>\n<li>Mai vergognarsi delle proprie origini. Pu\u00f2 esserci stato \u2013 come c\u2019\u00e8 stato \u2013 molto di iniquo e sbagliato nel nostro passato, ma di solito c\u2019\u00e8 anche molto di valido, capace almeno in parte di fare da guida per il presente e per il futuro, specie nei momenti di maggiore criticit\u00e0, quando \u00e8 pi\u00f9 evidente che di errori ne commettiamo e ne commetteremo sempre, soprattutto in preda alla cieca presunzione di essere assolutamente migliori di chi \u00e8 venuto prima di noi, quando di rado \u00e8 cos\u00ec.<\/li>\n<li>Portare a spasso il cane la domenica mattina, salire sulla collina dietro casa, girargli intorno, ridiscenderne. Pi\u00f9 di ogni altra cosa, anche pi\u00f9 del cemento e dell\u2019asfalto e del vetro e dell\u2019alluminio e del ferro avanzati e avanzanti da ogni parte, colpiscono i casali diruti, i campi abbandonati e gi\u00e0 riconquistati dagli arbusti spinosi o comunque testimonianza di un pressappochismo e un\u2019incuria diffusi. Il paesaggio \u00e8 bello, a momenti da cartolina; ma a guardarsi intorno con pi\u00f9 attenzione, a fissarsi su questo o quel particolare, non d\u00e0 vera letizia. Tornassero i vecchi che su queste terre hanno sputato sudore e sangue, viene da pensare, ci prenderebbero a calci nel culo, uno a uno, da qui all\u2019eternit\u00e0.<\/li>\n<li>\u00c8 nella natura delle cose, lo \u00e8 sempre stata, \u00e8 la realt\u00e0 dell\u2019evoluzione, del tempo che passa e lascia il suo segno, cancellando progressivamente i nostri, che anche la migliore costruzione mostri negli anni le sue crepe e subisca un processo ineluttabile di disfacimento e finale rovina. Un processo all\u2019inizio lento e impercettibile; poi sempre pi\u00f9 veloce e vistoso, soprattutto se la costruzione \u00e8 abbandonata a se stessa, senza pi\u00f9 cure, senza pi\u00f9 nessuno che la viva, pi\u00f9 nessuno che le infonda nuova vita, la rinnovi, nel caso la demolisca e la ricostruisca ex novo, su nuove basi, tanto per prolungare un po\u2019 di pi\u00f9 l\u2019illusione di poter durare nel tempo.<\/li>\n<li>Sei ombelicale, dice. Come tutti oggid\u00ec. Pensa per te, dice.<\/li>\n<li>Si pu\u00f2 dire che il tuo modo di fare, pensare e soprattutto scrivere sia \u201cper agglutinamento\u201d? Tendenzialmente s\u00ec. A volte, eccessivamente.<\/li>\n<li>C\u2019\u00e8 il frullato tecnologico e il richiamo geologico, la natura rurale e la deriva culturale, il desiderio di andare e la smania di tornare, l\u2019introversione e l\u2019esibizione, l\u2019apnea e la logorrea, l\u2019euforia e la nevrastenia, la svogliataggine e la testardaggine. Ma un colpo al cerchio e uno alla doga, per male che vada non si soggioga.<\/li>\n<li>Tutti questi mirabolanti modi di comunicare e tenerci sempre in contatto, quando magari trascuriamo totalmente chi \u00e8 pi\u00f9 vicino a noi.<\/li>\n<li>Vita moderna: sapere un mondo di cose dal mondo e del mondo, e quasi niente su gioie e dolori \u2013 dolori, soprattutto \u2013 del mondo a due passi da te.<\/li>\n<li>Una crescente offerta di news, ma la vera news forse \u00e8 che stiamo diventando saturi di news e tutto ci scorre addosso senza fare pi\u00f9 grande presa.<\/li>\n<li>Perch\u00e9 dev\u2019essere cos\u00ec difficile, oggi, far seguire alle parole i fatti, che tante volte potrebbero ridursi a un meditativo e alacre silenzio, con il vantaggio di non incrementare il gi\u00e0 cospicuo e debilitante <a href=\"http:\/\/www.nazzarenomataldi.com\/blog\/2013\/02\/04\/nel-gran-rumore-di-fondo\/\">rumore di fondo<\/a>?<\/li>\n<li>Alto il rischio con la rete, pur procedendo con il freno a mano tirato, di finire presto in una sorta di frullatore, pi\u00f9 o meno rumoroso e impazzito. Epper\u00f2, quando alla fine stacchi la spina a questo frullatore, se \u00e8 vero che ritrovi forse una dimensione pi\u00f9 raccolta e pacifica, \u00e8 innegabile che ti viene a mancare pi\u00f9 di qualcosa; c\u2019\u00e8 tanto che va perso a livello di espressione-comunicazione-interazione. E almeno nell\u2019immediato, alto \u00e8 anche il rischio di ritrovarti spento e apatico o smarrito.<\/li>\n<li>Per necessit\u00e0 e per scelta, ogni tanto, ma sempre troppo poco, troppo brevemente, una pausa silente.<\/li>\n<li>Reimparare, nelle pause, a riposare il cervello, contemplando.<\/li>\n<li>Una settimana lontano dal pc, tra olivi, olive, verdi prati, boschi colorati e campi arati, e vedi che tra questo e quello proprio non ce n\u2019\u00e8.<\/li>\n<li>Quel mezzo scoramento quando scema la luce. Poi passa, ma in quel mentre ci si sente pi\u00f9 soli e inermi.<\/li>\n<li>Lo stordimento delle feste, come non bastasse lo stordimento abituale del troppo che ci alletta o ci indigna o ci reclama.<\/li>\n<li>Non odi il Natale, no. Odi chi (te incluso, dunque) lo ha fatto diventare come \u00e8 oggi: commerciale al massimo; un trionfo dello spreco e dell\u2019esibizione; tutta una corsa e una fila senza senso; invivibile e inservibile, di fondo. A pensarci bene, lo stesso potresti dire per quasi ogni altro periodo dell\u2019anno, se non quasi ogni aspetto della vita. Solo che a Natale, e in generale sotto le grandi feste, tutto questo si amplifica e di conseguenza il malessere e gli sbalzi di umore e il veleno interiore aumentano a livelli esponenziali.<\/li>\n<li>L\u2019eterna fascinazione per la neve, per un mondo che si ricopre di una patina di bianco e per qualche momento d\u00e0 l\u2019impressione di essere incantato, oltre che lindo. Solo per qualche momento, purtroppo, perch\u00e9 la realt\u00e0 impiega sempre poco a reimporre il suo lato \u201csporco\u201d.<\/li>\n<li>Quella sensazione di tempo marcio che guasta in un niente i migliori propositi di essere o mostrarsi allegri e ottimisti.<\/li>\n<li>Poi, dopo un giorno, anche il peggior fondo di malessere improvvisamente ridestato comincia a ridepositarsi, facendo tornare le acque chiare.<\/li>\n<li>Probbia vere: rerr\u00e8sce na sperella de sole e sembra tutte naddre munne.<\/li>\n<li>Il sole che ravviva le membra poltrite, la mente sfibrata.<\/li>\n<li>Lungo la linea del mare si distende lo sguardo, si riprende l\u2019umore.<\/li>\n<li>Non hai nulla contro il mare; ti piace anche, per la verit\u00e0. Ti piacciono cio\u00e8 l\u2019acqua, la spiaggia, gli scogli, la possibilit\u00e0 di perderti con lo sguardo verso un orizzonte sgombro e lasciare vagare il pensiero, anzi acquietarlo, in ascolto delle brezze e dei flutti. La vita e le attivit\u00e0 umane che per\u00f2 si addensano nelle prossimit\u00e0 del mare, verso le foci dei fiumi e pi\u00f9 in generale lungo le strade rivierasche, quelle no: non le senti tue quasi per niente. Devi cos\u00ec riaddentrarti nell\u2019entroterra, vedere diradarsi case e capannoni e parcheggi e strade (sempre pi\u00f9 un pio desiderio, con l\u2019attuale ritmo di cementificazione, ubiquitaria, indiscriminata, che non risparmia niente, nemmeno i pi\u00f9 bei luoghi del cuore, ligia solo alla legge del portafoglio, anche a rischio di vedere andare in fumo gli investimenti allo scoppio di una prevedibilissima bolla) e avvicinarsi colline e montagne, per poter sentirti un minimo a casa. Anche se \u201ccasa\u201d \u00e8 una parola grossa. Perch\u00e9, ora qui e ora l\u00e0, pi\u00f9 avanziamo negli anni e meno ci sentiamo davvero a casa in un posto, in qualcosa. Alla fine l\u2019unica vera casa che sentiamo di abitare sono forse le nostre esitanti parole o, all\u2019opposto, i nostri inquieti silenzi.<\/li>\n<li>Fissiamo il mondo in immagini mentre la vita ci scorre via, mentre il senso di quello che facciamo \u00e8 ogni giorno pi\u00f9 labile. Adoriamo gli spazi aperti e ariosi ma ci richiudiamo in cubicoli asfissianti. E senza pi\u00f9 la visionariet\u00e0, l\u2019audacia e la tenacia per accingerci a opere degne di futuri ricordi, impieghiamo le poche ore in cui possiamo dirci vagamente felici a ripercorrere i luoghi di antiche e spesso pi\u00f9 sofferte ma anche pi\u00f9 emozionanti, pi\u00f9 vive memorie. Ultramoderni, finiamo per trovare vero sollievo e conforto solo adagiati su un prato o una spiaggia, le mani a sfiorare pietre vetuste, gli occhi rivolti lontano o socchiusi, sognanti.<\/li>\n<li>Lo capisci, no? Viviamo di ricordi. E non va bene. Perch\u00e9 quando cominciamo a vivere quasi soltanto di ricordi \u00e8 il segno che abbiamo ormai abdicato al presente, abdicato al futuro. Abbiamo perso ogni volont\u00e0 attuativa e ogni capacit\u00e0 immaginativa. Viviamo suppergi\u00f9 di rendita. Ma nessuna rendita dura in eterno.<\/li>\n<li>Quand\u2019\u00e8 che \u00e8 successo? Quand\u2019\u00e8 che abbiamo smesso di appassionarci ed entusiasmarci seriamente per qualcuno o qualcosa? Quand\u2019\u00e8 che di fatto abbiamo abdicato al futuro, adagiati sul presente o il passato e da questi in pratica paralizzati? Quand\u2019\u00e8 che insomma non abbiamo pi\u00f9 trovato dentro e fuori di noi gli stimoli giusti per non evadere dal nostro bisogno di sentirci vivi esprimendo e producendo vita e non meri simulacri di vita? Quando? E come? E perch\u00e9? E perch\u00e9 mai questo non potrebbe o dovrebbe cambiare?<\/li>\n<li>La paura di portarci dietro per sempre l\u2019umore legato alla musica pi\u00f9 amata nei nostri vent\u2019anni.<\/li>\n<li>Di vent\u2019anni in vent\u2019anni le situazioni e le atmosfere non sono mai esattamente uguali, ma si somigliano parecchio, rimandando le une alle altre. E cos\u00ec gli umori che ne nascono e le pose, le mode, i movimenti, i suoni e le parole che ne sprigionano. Di vent\u2019anni in vent\u2019anni molto insomma si ripete, rilanciando, riattualizzando, rimescolando. Di vent\u2019anni in vent\u2019anni siamo diversi e uguali allo stesso tempo.<\/li>\n<li>Alle volte s\u00ec \/ ci pare di capire \/ se stiamo bene.<\/li>\n<li><em>Quel amour le printemps, de la montagne \u00e0 la mer, le soleil que brille.<\/em><\/li>\n<li>Alle cinque del pomeriggio di una radiosa giornata di lavori all\u2019aperto sentire il bisogno di rifocillarsi inzuppando del pane nel vino cotto. <em>Vous ne pouvez imaginer quelle madeleine\u00a0!<\/em><\/li>\n<li>Dacci oggi il nostro sole quotidiano \u2013 e poco alla volta il malumore forse scivola via; poco alla volta uno spirito vitale torna forse a rianimare esistenze fiaccate, provate da un clima economico, politico, sociale, culturale, ambientale gi\u00e0 da qualche stagione pi\u00f9 che lacero, guasto.<\/li>\n<li>Il segreto per conseguire un obiettivo importante \u00e8\u2026 cominciare. Cominciare ogni giorno a dedicargli qualche mezz\u2019ora del tuo tempo, all\u2019inizio anche una soltanto. Poi, gradualmente, viene tutto da s\u00e9, avendo la bont\u00e0 di perseverare in quanto stai facendo senza concederti pause e distrazioni troppo ripetute e prolungate. La convinzione di essere sulla strada giusta viene dopo, e pu\u00f2 anche non esserci mai.<\/li>\n<li>Rimandiamo sempre le grandi pulizie (esteriori e interiori), sapendo che una volta iniziato non ne verremo a capo per lungo tempo. Alla fine di un radicale riordino, per\u00f2, cominciamo a mettere a fuoco un po\u2019 meglio tutta una serie di situazioni. Magari, ci capita anche di capire qualcosa di pi\u00f9 su di noi, gli invidiabili punti di forza cos\u00ec come le micidiali palle al piede.<\/li>\n<li>Perseguire un giusto mix di alto e di basso, senza mai fissarsi n\u00e9 con l\u2019uno n\u00e9 con l\u2019altro, semmai alternandoli. E se qualcosa \u00e8 proprio da rifuggire, forse \u00e8 una costante, banale quanto sterile, <em>medietas<\/em>.<\/li>\n<li>Pi\u00f9 facile smettere o pi\u00f9 facile continuare? Pi\u00f9 facile esitare.<\/li>\n<li>I pezzi, i pezzi. Non siamo pazzi \u2013 ancora non del tutto \u2013 ma i pezzi del puzzle che \u00e8 la vita non cessano mai di aumentare, finch\u00e9 c\u2019\u00e8 vita. Qualcuno trova subito l\u2019incastro giusto, colmando un vuoto e perfezionando il quadro; altri devono aspettare che il quotidiano lavoro d\u2019intarsio ne produca di nuovi.<\/li>\n<li>Tutti scriviamo oggi, pur non sapendo che cosa.<\/li>\n<li>E succede che scrivo, quando non scarabocchio, \/ o che leggo rapito, se non mi impapocchio. \/ Via dal ludico schermo riaffiora il respiro, \/ dentro di me \u00e8 un pacato sospiro. \/ Sono momenti di calma dentro alla stanza, \/ fin quando non scatta l\u2019idea di una danza. \/ Faccio a meno di te non pi\u00f9 che del t\u00e8, \/ solo il pensiero \u00e8 alla vita che \u00e8.<\/li>\n<li>Ci mettiamo anni, se abbiamo una fortuna straordinaria, a capirci qualcosa. Potremmo anche illuderci di capire. Potremmo anche non farlo mai.<\/li>\n<li>Lasciarci dietro il passato: come \u00e8 difficile, quando la nostra \u00e8 molto spesso una vera coazione a ripetere.<a href=\"http:\/\/www.adelphi.it\/libro\/9788845902956\"> Edward Dahlberg<\/a> direbbe, per il tramite di Rodolfo Wilcock: \u00abil fatto \u00e8 che l\u2019uomo viaggia da un letto all\u2019altro solo per trovare una donna identica a quella che ha abbandonato. Se per caso \u00e8 abituato a sessanta chili di carne, ed \u00e8 stato irrazionale abbastanza da supporre che una maggiore quantit\u00e0 di pelle gli avrebbe dato pi\u00f9 piacere, si trover\u00e0 a morire dalla fame davanti a un corpo di novanta chili\u00bb.<\/li>\n<li>L\u2019importanza di avere <a href=\"http:\/\/www.nazzarenomataldi.com\/blog\/2013\/11\/19\/lagenda\/\">un\u2019agenda<\/a>, andavi dicendo e scrivendo. L\u2019importanza anche di tenere un diario (o se vogliamo un blog) e annotare via via le impressioni immediate sulle situazioni del momento. L\u2019importanza anche di tornarci su, a distanza di tempo, e ripercorrere e rileggere retrospettivamente quei mesi, quegli anni. Il giudizio che se ne ricavava poteva essere cocente, ma era un\u2019operazione necessaria. Era necessario riflettere sul proprio passato, pi\u00f9 e meno recente. Per noi italiani era in particolare necessario riflettere a fondo sugli ultimi venti-trent\u2019anni della nostra storia nazionale. Se non volevamo infierire troppo su di noi, dovevamo farlo almeno sugli ultimi dieci anni. Quello che poteva venir fuori era, come nel nuovo libro dello storico Guido Crainz, il \u00ab<a href=\"http:\/\/www.donzelli.it\/libro\/2516\/diario-di-un-naufragio\">diario di un naufragio<\/a>\u00bb. Sconsolante forse, ma toccava farci i conti. Perch\u00e9 \u00abse una nuova partenza [era] possibile, [poteva] avvenire solo da qui\u00bb.<\/li>\n<li>E la pioggia e la pioggia, \/ e la pioggia che scende \/ sul nostro essere ammollo. \/ E la pioggia e la pioggia, \/ e il ricatto del tempo. \/ E la pioggia e la pioggia, \/ e i disastri dei tempi. \/ E la pioggia e la pioggia, \/ e il mai esser contenti.<\/li>\n<li>Avoja a di\u2019, quanne ce sta lu sole \u00e8 tutte naddre munne.<\/li>\n<li>\u00c8 la velocit\u00e0 di tutto che ci uccide (anche pi\u00f9 della nostra infinita irresolutezza). Ci uccide la frenesia. Ci uccidono le (brutte e belle) notizie a ciclo continuo. Ci uccidono la frantumazione, la disgregazione, il nostro essere sempre di pi\u00f9 atomi liberi, sciolti, non legati all\u2019interno di qualche molecola. Nel nostro profondo aneliamo all\u2019aggregazione, ma ci siamo cos\u00ec crogiolati nella libert\u00e0 incondizionata (che ci pareva celasse chiss\u00e0 quale paradiso, a fronte delle prigioni e delle trappole nelle quali ci sembrava di stare immobilizzati) da non esserne pi\u00f9 capaci, da non essere pi\u00f9 disposti a sacrificare qualcosa di noi per un bene superiore.<\/li>\n<li>E il non sapere, se non raramente, tener fede a quella che invece dovrebbe essere una regola ferrea: mai investire \u2013 soldi, ma anche tempo ed energie \u2013 in settori che non siano il proprio, lavorativo o vocazionale, nemmeno nell\u2019evenienza di potenziali ricadute positive; concentrare l\u2019impegno diretto quanto pi\u00f9 nel proprio campo, e qui s\u00ec senza il braccino corto; dedicarsi a tutto il resto solo per spasso o come fonte di spunti e idee utili, ma sempre con avveduta morigeratezza. Le persone davvero di successo lo sanno e lo fanno; le altre molto meno. Questo a prescindere dal fatto che sono gli incontri che facciamo \u2013 siano persone, siano interessi, amori, passioni \u2013 a decidere della nostra vita.<\/li>\n<li>Pochi di noi hanno in dote dalla natura un talento smisurato. E anche chi ne \u00e8 baciato, senza esercizio e disciplina non fa molta strada. C\u2019\u00e8 poi che possiede un talento minuto, limitato, ma con impegno e passione riesce a farlo rendere al massimo grado.<\/li>\n<li>Una certa aridit\u00e0 di cuore e anche una assai poco accattivante dose di noia devono per forza di cose accompagnare chi \u00e8 impegnato \u201canema e core\u201d a perseguire i propri sforzi, lavorativi e di vita. Non si realizza qualcosa senza sacrificarne qualcun\u2019altra.<\/li>\n<li>Come era cambiata l\u2019Italia nel 2013, si domandava. Da disincantata e mediamente avvilita a esaurita e quanto pi\u00f9 sfinita, si rispondeva. Urgeva cura ricostituente, previo passaggio in sanatorio.<\/li>\n<li><a href=\"http:\/\/www.nazzarenomataldi.com\/blog\/2013\/12\/05\/e-non-riusciva-piu-a-dormire\/\">Dormire<\/a> non gli riusciva pi\u00f9 tanto bene, no. Non quando ci si metteva di mezzo il disastro della politica e dell\u2019Italia. Nemmeno pensare troppo bene gli riusciva pi\u00f9, probabilmente. Ma di andare a farsi qualche vasca in piscina forse s\u00ec, di questo poteva essere ancora capace. Spegneva tutto e scappava in citt\u00e0, allora, ch\u00e9 ne aveva bisogno, ch\u00e9 anche delle sue parole al passato era pi\u00f9 che stufo.<\/li>\n<li>Con un ritardo di trent\u2019anni, ma, fatte fuori gran parte delle incrostazioni del passato con un vero \u201c<a href=\"http:\/\/www.youtube.com\/watch?v=y2lJI2HI5zo\">elettrochoc<\/a>\u201d, forse si poteva finalmente dire, anche in Italia: benvenuti al futuro, con le sorprese e i sussulti che questo avrebbe elargito.<\/li>\n<li>La violenza delle immagini, la violenza dei suoni e anche la violenza delle parole (sugli schermi, sui giornali, nelle aule dei parlamenti, negli stadi, nei bar, nelle strade, nelle piazze reali come in quelle virtuali, e pure dentro le nostre case, in realt\u00e0 dentro quasi ognuno di noi): \u00e8 un dato che emerge con particolare e preoccupante evidenza come le forme espressive violente siano (ri)cresciute in questi anni. C\u2019\u00e8 da interrogarsi. C\u2019\u00e8 da moderarsi. C\u2019\u00e8 da riprendere a funzionare con pi\u00f9 assennatezza.<\/li>\n<li>Schizzati i sentimenti nostri, senza pi\u00f9 filtri, senza pi\u00f9 freni. Esagitati, incazzati, disperati, disincantati, avviliti, esaltati, esibizionisti, saccenti, <a href=\"http:\/\/www.treccani.it\/enciclopedia\/anima-bella_%28Dizionario-di-filosofia%29\/\">anime belle<\/a>, depressi, alienati. Nella pubblica piazza non guadagniamo a far mostra di noi. Pi\u00f9 spesso siam fessi, pi\u00f9 spesso siam lessi, pi\u00f9 spesso siam genuflessi a istinti irriflessi.<\/li>\n<li>Ci ha risolto diversi problemi il digitale, \u00e8 innegabile. Come quasi tutte le innovazioni, per\u00f2, pensi che ce ne abbia anche creato altrettanti, se non di pi\u00f9. In particolare, non reggiamo troppo bene alla sua velocit\u00e0. Mezzi pi\u00f9 \u201clenti\u201d ci sono forse pi\u00f9 congeniali, permettono una maggiore sedimentazione delle notizie, delle storie, dei concetti; il cervello non si surriscalda in un nulla, quindi sostanzialmente funziona meglio. Questo secondo te, secondo la tua esperienza diretta; per altri pu\u00f2 valere senz\u2019altro il contrario.<\/li>\n<li>Se ci si pensa, \u00e8 questa la situazione di oggi: abbiamo il \u201ccondimento\u201d, abbiamo l\u2019\u201colio\u201d, anche buono, anche superlativo, ma comincia a scarseggiare o a essere parecchio indigesto il \u201cpane\u201d a cui abbinarlo. E soltanto con l\u2019olio, ma senza il pane, ci si fa poco.<\/li>\n<li>Manca il \u201cpane\u201d ogni giorno di pi\u00f9, manca la sostanza. E mancano gli \u201cinterpreti\u201d, intermediari seri e credibili. Mancano i \u201cfiltri\u201d, insomma, filtri che tengano. Siamo noi \u2013 ciascuno di noi \u2013 i filtri. Cos\u00ec, siamo travolti dal flusso informativo. Cos\u00ec, tutto pu\u00f2 ingigantire o all\u2019opposto scomparire in un niente; tutto dipende dal verso che prende la spirale. Non c\u2019\u00e8 permanenza; solo irruenza e decadenza.<\/li>\n<li>Dicono che scrivere sia il primo passo per diventare scrittori. Ma il primo passo per arrivare a scrivere (tanto e bene) \u00e8 in realt\u00e0 leggere (tanto e bene) o quantomeno ascoltare (tanto e bene) ma soprattutto osservare (tanto e bene). Poi \u00e8 chiaro: pi\u00f9 scrivi e pi\u00f9 ti verr\u00e0 da scrivere, anche se bene o male \u00e8 da vedere. Solo rileggendoti ad alta voce a distanza di tempo puoi sperare di capire se hai fatto progressi e trovato suppergi\u00f9 una tua voce o all\u2019opposto sei malamente regredito: se non ti dispiaci pi\u00f9 di tanto, puoi proseguire con fiducia, ma non \u00e8 detto che sia nel migliore dei modi; se invece il sentimento prevalente \u00e8 la vergogna, forse \u00e8 solo allora che sei sulla strada giusta, solo allora che hai preso piena coscienza di te, dei tuoi limiti, magari di qualche tuo pregio.<\/li>\n<li><em>In the end you can say, matter of factly: ebooks suck! Useful and practical, maybe, but truly unbeautiful, truly forgettable. More apt to be read with pleasure and devotion a second-hand book. Much the same, more apt to receive one\u2019s impromptu thoughts a small chunk of paper.<\/em><\/li>\n<\/ol>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questo sito, nella versione attuale, nasce nel marzo 2015 dalla confluenza di due siti precedenti: una vetrina professionale in forma di blog e un blog vero e proprio che rispondeva al nome di maculae vitae; blog a sua volta nato ufficialmente nel gennaio 2013 sulle ceneri delle vecchie fogliedivite (mandate per sempre in archivio nel dicembre 2012), con l\u2019intenzione dichiarata di non volerne essere un prolungamento, bens\u00ec allo stesso tempo qualcosa di pi\u00f9 e qualcosa di meno. Mese dopo mese, anno dopo anno, ci si accorge per\u00f2 che, a conti fatti, prevale di gran lunga il segno meno. 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