Dall’Atlantico al Pacifico

(20 dicembre 2005)

Il 1995 fu l’anno in cui decisi di iniziare a darmi un po’ più da fare, se davvero un giorno avessi voluto tradurre per mestiere e non solo per diletto. Il primo passo in questa direzione fu l’acquisto di un computer (un pc 486) e una stampante (ad aghi); poi, a distanza di pochi mesi, il cambio del fax con un modem (un 28.800 bps) e, subito dopo, l’attivazione del primo account internet.

Quello era infatti il periodo in cui la rete – specie nella sua componente web – cominciava a muovere i primi passi da gigante verso un utilizzo diffuso e generalizzato, e non più soltanto specialistico. E quante cose sarebbero cambiate grazie a questo, quante nuove possibilità e quanti nuovi scenari si sarebbero spalancati nel giro di pochi anni! Sul serio, non so se senza la rete avrei mai fatto il traduttore professionista.

Ma per restare al 1995, sul fronte pratico si segnalano, accanto alle varie prove per diletto ora redatte al pc (una di esse – se non ricordo male l’articolo di Andy Beckett Power to the (young) people, sul «Guardian» del 20 giugno 1995 – oggetto del primo serio tentativo di abbordare il settimanale «Internazionale»), le prime due traduzioni ufficiali di un certo peso, vista la caratura degli autori: L’America tra individualismo e comunitarismo, di Michael Walzer («Lettera internazionale», n. 43-44, gennaio-giugno 1995, pp. 7-10. Originale: Multiculturalism and Individualism, «Dissent», primavera 1994, pp. 185-191), e Dall’Atlantico al Pacifico, di Daniel Bell («Lettera internazionale», n. 47, gennaio-marzo 1996, pp. 33-36. Originale: Will the Twenty-First Century Be the Pacific Century?, «Dissent», primavera 1995, pp. 195-201).

Un accenno di quest’ultima:

[…] la cultura può essere considerata su due piani differenti. Il primo concerne l’«ethos» o i «valori» di un dato paese, che in genere si identificano con una religione e rappresentano il marchio distintivo dalle altre «culture». […] L’altra dimensione della cultura è artistica. Storicamente, le nazioni al loro emergere sulla scena mondiale sono state accompagnate da un’ondata di creatività. È il regno cosiddetto della «cultura alta», e il Giappone ce ne dà un esempio originale. Nel periodo dopo la Seconda guerra mondiale la cultura giapponese ha avuto un impatto impressionante sull’Occidente, paragonabile forse a quello di cent’anni fa quando il giapponismo, in particolare con le stampe della scuola Ukiyo-e, ebbe un influsso importante sullo stile di Degas, Whistler, Vuillard e altri artisti occidentali. Nel dopoguerra dal Giappone sono venuti i romanzi di Tanizaki, Kawabata, Mishima, Abe; i film di Kurosawa e Ozu; i moderni drammi nō di Yamazaki; l’architettura di Tange, e altre forme luminose di espressione. Ma ai nostri giorni di questa fiammata è rimasto poco, come pure è piuttosto scarso l’impatto sulla cultura mondiale degli altri paesi asiatici, con la piccola eccezione di certo nuovo cinema cinese.

Quel che sembra accadere è il ridursi della distinzione tra cultura alta e bassa, in favore della cultura di massa, e l’erosione delle barriere culturali, come nei romanzi di Murakami e Endo. Tutto ciò si traduce in una perdita, sia per i caratteri distintivi di ciascuna società, sia per la cultura mondiale che dalla vitalità delle società in ascesa ha sempre ricevuto un apporto fecondo. In Giappone è in qualche misura in atto un ritorno a stili di vita tradizionali, come la cerimonia del tè o l’arte di disporre i fiori, soddisfacenti quanto si vuole per chi ne reclama l’attualità, ma che non costituiscono nuovi impulsi creativi in grado di espandere la cultura del mondo. La questione è aperta, ma è mia opinione che la cultura consumistica di massa dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti, grazie anche alla nuova esca tecnologica dei video giochi, dell’animazione computerizzata e altri simili allettamenti, invaderà l’Asia (il Giappone ne è già stato praticamente invaso). Dei contributi delle grandi culture storiche cinese e giapponese può darsi resterà traccia solo nei musei, non nella vita della gente. […]