Esempi di traduzioni / Translations samples #2

Società e cultura / Society & culture

Trevor Fishlock

After Gandhi

(«Granta», n. 57, p. 160)

The western state of Gujarat, where Mahatma Ghandhi’s life began, has a prohibition law in deference to the great man’s memory. “The sentiment that attaches to Gandhi’s name in Gujarat makes it impossible to repeal the law”, I was told one warm evening. “The outcry would be tremendous”. This was said over a beer under a vast sky of warming stars. Gujarat’s liquor consumption is as high as in any state in India, and bootlegging, with the connivance of certain police and officials, is big business. “One for the road”, said my Gujarati companion, pouring another beer. “One for the family planning”, another man chimed in; and they laughed.
I landed at Bhuj, the chief town of Kutch. The airfield is on a military base, and on the way out I passed a notice bearing a miniature Services homily: “The more you sweat in peace, the less you bleed in war”. Kutch is a peninsula between the Sind and Thar deserts, close to Pakistan border, a region of black mudflats and tawny salt-crust desert. Camel herds float on the haze, strings of donkeys jingle by, sheep and goats worry at meagre scrub under the eyes of turbaned boys, and mongooses scuttle over dusty roads. Alleviating the harshness of the land the people embrace an art alive with vivid colour and design. They paint their spotless thatched mud houses with brilliant patterns. The women, as bright as parakeets, weave and embroider gorgeous blouses, skirts and cloaks.
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C’era una volta Gandhi

(«Lettera internazionale», n. 53, luglio/settembre 1997, p. 53)

Nello Stato occidentale di Gujarat, dove il Mahatma Gandhi mosse i suoi primi passi, in onore alla memoria del grande uomo è in vigore una legge che vieta l’uso di alcolici. “Il sentimento che nel Gujarat si lega al nome di Gandhi rende impossibile l’abrogazione della legge”, mi viene fatto presente nel corso di una calda serata. “Lo scalpore sarebbe tremendo”. Questo succede mentre beviamo una birra sotto un vasto cielo brulicante di stelle. Il consumo di bevande alcoliche nel Gujarat è alto quanto in ogni altro Stato dell’India, e la vendita di contrabbando, con la connivenza di poliziotti e funzionari civili, è un grande affare. “Una per la strada”, dice il mio accompagnatore gujarati, versandosi un’altra birra. “Una per la pianificazione familiare”, gli fa eco un altro uomo. E scoppiano a ridere.
Sono atterrato a Bhuj, la principale città nella regione di Kutch. Il campo d’aviazione è in una base militare, e mentre ne esco supero un cartello che recita un’omelia in miniatura: “Più si suda in pace, meno sangue si versa in guerra”. Kutch è una penisola tra il deserto di Sind e quello di Thar, prossima al confine con il Pakistan, una regione di nere spianate fangose e bronzei tratti di deserto salato. Mandrie di cammelli fluttuano nella caligine, sfilze di asini sfilano scampanellando, pecore e capre mordicchiano arbusti rinsecchiti sotto gli occhi di ragazzi in turbante, e manguste corrono lungo le strade polverose. Ad alleviare la severità del luogo, la gente esprime un’arte ricca di vividi colori e decorazioni. Le case di argilla e col tetto di paglia sono dipinte con motivi brillanti. Le donne, sgargianti come pappagalli, tessono e ricamano camicie, sottane e mantelli dai colori vivaci.
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Pico Iyer

Ethiopia: Prayers in the Wilderness

 

“This is the New Jerusalem”, said our guide, a former deacon. “These churches were built with the help of angels. Once upon a time, an angel came to King Lalibela and asked him to build a city in the heart of Ethiopia, in rock. This is heaven”, he went on, pointing to the divide along which we were standing. “As soon as you step here, you have set foot in heaven”.
We walked, in the silence, above the plain, accross the Jordan, through Bethlehem and Nazareth, through all the places reconstituted here by the king so that the faithful would not have to journey to Jerusalem, and, sitting outside one of the eleven 700 year-old churches carved entirely out of the red rock – the only such places in the world – we let the centuries fall away, on this St. Mary’s Day.
The next morning, at dawn, I went out to see the hillside beside the churches scattered with figures, hooded, robed figures all in white, with priests above, under rainbowed umbrellas, half-obscured by the mists of their frankincense, reciting prayers and sermons from the tops of rock-faces. Further in, the complex of churches was alive: with the gaunt, ancestral faces of pilgrims called Bethlehem and Solomon and Abraham, who had walked two weeks – or two centuries – accross the emptiness to be here; with withered nuns staring out from the darkness of their cells, small lightless spaces in round two-story huts, and white crosses on their iron doors; with priests, burning-eyed and bearded, moving back and forth in purple robes to the ancient, hypnotic sound of drums and sistrum, golden crosses in their hands.
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Etiopia: preghiere nella desolazione

(«Lettera internazionale», n. 57/58, luglio/dicembre 1998, p. 68)

“Questa è la Nuova Gerusalemme”, dice la nostra guida, un ex diacono. “Queste chiese furono costruite con l’aiuto degli angeli. Tanto tempo fa un angelo si presentò a re Lalibela chiedendogli di costruire una città nel cuore dell’Etiopia, in pietra. Questo è il paradiso”, prosegue l’uomo, indicando la linea spartiacque lungo la quale ci troviamo. “Un altro passo e i vostri piedi toccheranno il paradiso”.
Camminiamo in silenzio lungo la pianura, superiamo il Giordano, attraversiamo Betlemme e Nazareth – tutti i luoghi ricostruiti qui dal re perché il fedele non dovesse compiere il lungo viaggio fino alla vera Gerusalemme. Quindi, seduti all’esterno di una delle undici chiese scolpite più di settecento anni fa interamente nella pietra rossa – le uniche al mondo – lasciamo rifluire il tempo indietro di secoli in questo giorno consacrato alla Vergine Maria.
La mattina seguente, all’alba, salgo il pendio vicino alle chiese. Ci sono, sparse, figure incappucciate e vestite di tuniche bianche, mentre in alto dei sacerdoti, sotto ombrelli arcobaleno e semioscurati dai fumi dell’incenso, recitano preghiere e sermoni dalla sommità di pareti di roccia. Tutto il complesso di chiese è abitato da presenze di vita: ecco i volti macilenti, ancestrali, di pellegrini che rispondono ai nomi di Betlemme, Salomone, Abramo, giunti qui dopo un cammino di due settimane – o due secoli? – attraverso il deserto; ecco le figure avvizzite di monache che guardano fisse oltre l’oscurità delle loro celle, piccoli spazi bui all’interno di costruzioni rotonde a due piani, con croci bianche sulle porte di ferro; ecco i preti – volto coperto di barba, occhi infiammati, tuniche color porpora, in mano croci d’oro – che si muovono avanti e indietro al ritmo ipnotico, antico, di sistri e tamburi.
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Abrahm Lama

La migración creó nuevo paisaje humano en Lima

(«Hoy», 13 gennaio 1999)

La colonial ciudad que Bertold Brecht llamó “Lima, la dorada” ya non existe. Ahora es un magma social bullente y abigarrado, donde contrastan el estilo de vida tradicional y el de los ex campesinos andinos y sus hijos, que suman dos terceras partes de la población de la capital.
Todavía non termina de definirse el nuevo perfil cultural que tendrá esta ciudad de ocho millones de habitantes, pero es evidente que “lo limeño” tradicional ha sido sepultado y engullido por la marea de personas llegadas de otras regiones. Es el fenómeno social y cultural que se conoce como “la cholificación (mestizaje) de Lima”, un proceso que los nostálgicos lamentan, pero que despierta entusiasmo y optimismo en los analistas sociales, porque se está convirtiendo en un nuevo motor de desarrollo nacional.
Los inmigrantes han transformado el orden social que encontraron en la capital y convertido en insuficientes y precarios los servicios urbanos. Pero también generaron una economía informal que representa más de la mitad del producto bruto industrial del país. La industria informal, constituida por ex vendedores ambulantes convertidos en microempresarios (casi todos procedentes de la región andina) aporta alrededor de 90 pro ciento de la producción textil, de confecciones, calzado y muebles.
Una masiva migración del campo a la ciudad y de los valles andinos hacia los tropicales bosques amazónicos, cambió el mapa humano del país en las últimas décadas, de modo silencioso y constante. Todo el Perú de hoy es muy distinto al de mediados de los años 50, cuando la sociedad era predominantemente rural y más de 65 por ciento de sus integrantes vivían en el campo. Ahora, 70 por ciento del total se concentra en las ciudades, especialmente en Lima.
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Il Perù sta per cambiare volto

(«Internazionale», 29 gennaio 1999, p. 52)

La città coloniale che Bertold Brecht chiamò “Lima la dorata” non esiste più. Ora è un magma sociale ribollente e variopinto, dove contrastano lo stile di vita tradizionale e quello degli ex campesinos andini e dei loro figli, che formano due terzi della popolazione della capitale.
Ancora non è definito il nuovo profilo culturale che avrà questa città di otto milioni di abitanti, ma è evidente che “il limegno” tradizionale è stato sepolto e ingurgitato dalla marea di gente arrivata da altre regioni. È il fenomeno sociale e culturale conosciuto come “la cholificación (il meticciato) di Lima”, un processo poco amato dai nostalgici, ma che ispira ottimismo agli analisti sociali, perché sta diventando un nuovo motore di sviluppo.
Gli immigrati hanno trasformato l’ordine sociale preesistente nella città, rendendo insufficienti e precari i servizi urbani. Ma hanno anche generato un’economia informale che rappresenta più della metà del prodotto industriale lordo del paese. L’industria informale, costituita da ex venditori ambulanti diventati microimprenditori (quasi tutti originari della regione andina) contribuisce a circa il 90 per cento della produzione del tessile, dell’abbigliamento, delle calzature e del mobile.
Negli ultimi decenni l’immigrazione massiccia dalla campagna verso la città, e dalle valli andine verso le zone tropicali amazzoniche, ha cambiato la mappa umana del paese, in modo silenzioso e costante. Il Perù oggi è ben diverso da quello della metà degli anni Cinquanta, quando la società era prevalentemente rurale e più del 65 per cento della popolazione viveva nelle campagne. Ora il 70 per cento si concentra nelle città, specialmente a Lima.
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Ricardo Moreno

La Perdurabilidad de August Strindberg

(«El País», 27 febbraio 1999)

Dos acontecimientos han marcado la vida literaria de Suecia en los últimos mese: el Premio Nobel de Literatura al escritor portugués José Saramago y, el pasado 22 de enero, el cumplimiento del 150º aniversario del nacimiento del genio llamado August Strindberg.
El talento del autor de La señorita Julia, una de las obras más difundidas internacionalmente de Strindbeg; la multiplicidad de disciplinas en las que dejó su sello; su compleja y conflictiva personalidad, que se manifestó tanto en su tormentosa vida privada como en sus relaciones públicas – sucesivos divorcios y colisión permanente con los poderes y valores de su entorno – que le creaban enemigos en diversos frentes, mantienen vivo el interés de los estudiosos por su vida y su obra, dentro y fuera de Suecia. Su capacidad para desnudar las grandezas y miserias de alma umana, incluida la propia, reflejada en sus obras de teatro, le otorgó esa cualidad de perdurabilidad que convierte a uno escritor en un clásico. Uno de los libros publicados con motivo del aniversario de su nacimiento por los investigadores Magnus Florin y Ulf Olsson está compuesto de una selcción de textos extraidos del Saco verde. Strindberg, que era un viajero permanente, acostumbrada a llevar consigo un saco de color verde en el que iba guardando anotaciones, dibujos y cuantas cosas se le ocurrian en las largas horas de viajes en tren o en barco, y las iba depositando allí.
Otros aspectos menos difundidos de Strinberg, como su prolifica correspondencia – escribió unas diez mil cartas a lo largo de su vida -, dieron lugar a por lo menos dos libros, August Strindberg como escritor de cartas, de la docente de literatura en la Universidad de Estocolma Kerstin Dahlback, y una recopilación de su cartas en varios volúmenes, editados por la Sociedad de Amigos de August Strindberg en colaboración con la editorial Bonnier, el último de los cuales recoge la correspondencia del año anterior a su muerte en 1912.
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Innamorati di Strindberg

(«Internazionale», 19 marzo 1999, p. 58)

Due avvenimenti hanno segnato la vita letteraria della Svezia degli ultimi mesi: il premio Nobel per la letteratura allo scrittore portoghese José Saramago e, lo scorso 22 gennaio, il centocinquantesimo anniversario della nascita di August Strindberg.
Il talento dell’autore di La signorina Giulia, una delle opere di Strindberg più conosciute al mondo; le molte discipline nelle quali lasciò la sua impronta; la personalità complessa e conflittuale, che si manifestò tanto nella vita privata quanto nelle relazioni pubbliche (tre divorzi e dissidio permanente con i poteri e i valori espressi dalla società dell’epoca): tutto questo contribuisce a mantenere vivo l’interesse degli studiosi per la vita e l’opera di Strindberg, dentro e fuori la Svezia. A rendere l’opera di Strindberg un classico è la sua capacità, testimoniata soprattutto nelle opere teatrali, di mettere a nudo le grandezze e le miserie dell’animo umano, anche del proprio. Due ricercatori universitari, Magnus Florin e Ulf Olsson, hanno pubblicato una selezione di testi estratti da La sacca verde. Strindberg, che era un viaggiatore instancabile, era solito portare con sé una sacca di colore verde dove conservava e riponeva annotazioni, disegni e tutto ciò che gli serviva nelle lunghe ore dei viaggi in treno o in barca.
La copiosa corrispondenza di Strindberg – nel corso della vita scrisse circa diecimila lettere – ha dato origine ad almeno due libri: August Strindberg scrittore di lettere, della docente di letteratura all’Università di Stoccolma Kerstin Dahlback; e una raccolta delle sue lettere, in più volumi, pubblicata dalla Società degli amici di August Strindberg in collaborazione con la casa editrice Bonnier. L’ultimo di questi volumi copre la corrispondenza tenuta nel 1911, l’anno prima di morire.
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Michael du Plessis

In the thirty second year of the war

 

In the thirty second year of the war, the announcement appeared in a Government Gazette. It had been decided by an official commission of enquiry that death was non longer an adequate reason for exemption from military service. The impassive face of the Minister of Defense flickered on a nation’s television screens. The interviewers pointed out that such a decision was economic in the extreme, because a dead soldier requires much less maintenance than a living one. The economy would therefore not be further taxed by this move. Discipline – and here oblique references were made to a number of recent unpleasant incidents – would improve enormously. The virile Minister of Manpower appeared next, and spoke of the decision as a solution to the declining birth rate. In a gruff voice made still gruffer by inarticulate emotion, he quotedthe opening lines of the national anthem. A television camera panned over rows of crosses in Hero’s Acre. Now indeed, he added, the time had come to live up to those words. After all, dying for one’s country has always been more important than living.
There was an initial outcry, of course. The most violent opposition came from religious quarters. It was argued that the regime had finally overreached itself. The debate became metaphysical. Was death indeed the end of the line? Some theologians, and especially military chaplains, triumphantly pointed to a materialist base in the arguments against the re-enlistment od dead soldiers. “We have always known that there is life after death. Now let the irreligious atheists prove otherwise”, a partecipant in a panel discussion on television cried. “They are diabolical Marxists with no sense of human dignity!”. A token dead soldier, who had been invited to join the panel, slumped sideways at a slight angle. He said nothing.
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Nel trentaduesimo anno di guerra

(«Lettera internazionale», n. 37, luglio/settembre 1993, p. 16)

Nel trentaduesimo anno di guerra l’annuncio fu dato sulla Gazzetta Governativa. Da una commissione ufficiale d’inchiesta era stato deciso che la morte non era più motivo valido per l’esonero dal servizio militare. Il volto imperturbabile del ministro della Difesa comparve sugli schermi di un canale nazionale. Gli intervistatori fecero notare che la decisione era economica al massimo, poiché un soldato morto richiede molte meno spese che uno vivo. L’economia non avrebbe pertanto più risentito di quest’onere. La disciplina – e qui il ricordo correva d’obbligo a certi spiacevoli incidenti avvenuti di recente – ne avrebbe tratto enorme giovamento. Fu poi la volta del virile ministro del Potenziale umano che parlò del provvedimento come di una soluzione al problema del calo delle nascite. Con voce roca, resa ancor più bassa dall’emozione, citò i primi versi dell’inno nazionale. Una telecamera inquadrò una sfilza di croci nel Campo dell’Eroe. Ora infatti, aggiunse il ministro, è giunto il momento di mettere in pratica queste parole. Dopo tutto, morire per il proprio paese è sempre stato più importante che vivere.
Naturalmente all’inizio ci fu scalpore. La reazione più violenta venne dalle sfere religiose. Si disse che il regime aveva finalmente superato se stesso. La controversia assunse toni metafisici. La morte era veramente the end of the line, un punto di non ritorno? Alcuni teologi, in particolare cappellani militari, denunciarono trionfanti un assunto materialista alla base degli argomenti addotti contro il ri-arruolamento dei soldati morti. “Abbiamo sempre riconosciuto che c’è vita oltre la morte. Tocca agli atei irreligiosi provare il contrario!”, strepitò uno dei presenti a un dibattito televisivo. “Non sono che dannati marxisti che non hanno nessuna idea della dignità umana!”. Un rappresentante dei soldati morti, invitato a partecipare al dibattito, s’inclinò leggermente di lato, ma non disse nulla.
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José Saramago

How characters became the masters and the author their apprentice

(Nobel Lecture 1998, © The Nobel Foundation)

The wisest man I ever knew in my whole life could not read or write. At four o’clock in the morning, when the promise of a new day still lingered over French lands, he got up from his pallet and left for the fields, taking to pasture the half-dozen pigs whose fertility nourished him and his wife. My mother’s parents lived on this scarcity, on the small breeding of pigs that after weaning were sold to the neighbours in our village of Azinhaga in the province of Ribatejo. Their names were Jerónimo Melrinho and Josefa Caixinha and they were both illiterate. In winter when the cold of the night grew to the point of freezing the water in the pots inside the house, they went to the sty and fetched the weaklings among the piglets, taking them to their bed. Under the coarse blankets, the warmth from the humans saved the little animals from freezing and rescued them from certain death. Although the two were kindly people, it was not a compassionate soul that prompted them to act in that way: what concerned them, without sentimentalism or rhetoric, was to protect their daily bread, as is natural for people who, to maintain their life, have not learnt to think more than is needful. Many times I helped my grandfather Jerónimo in his swineherd’s labour, many times I dug the land in the vegetable garden adjoining the house, and I chopped wood for the fire, many times, turning and turning the big iron wheel which worked the water pump. I pumped water from the community well and carried it on my shoulders. Many times, in secret, dodging from the men guarding the cornfields, I went with my grandmother, also at dawn, armed with rakes, sacking and cord, to glean the stubble, the loose straw that would then serve as litter for the livestock. And sometimes, on hot summer nights, after supper, my grandfather would tell me: “José, tonight we’re going to sleep, both of us, under the fig tree”. There were two other fig trees, but that one, certainly because it was the biggest, because it was the oldest, and timeless, was, for everybody in the house, the fig tree. More or less by antonomasia, an erudite word that I met only many years after and learned the meaning of… Amongst the peace of the night, amongst the tree’s high branches a star appeared to me and then slowly hid behind a leaf while, turning my gaze in another direction I saw rising into view like a river flowing silent through the hollow sky, the opal clarity of the Milky Way, the Road to Santiago as we still used to call it in the village. With sleep delayed, night was peopled with the stories and the cases my grandfather told and told: legends, apparitions, terrors, unique episodes, old deaths, scuffles with sticks and stones, the words of our forefathers, an untiring rumour of memories that would keep me awake while at the same time gently lulling me. I could never know if he was silent when he realised that I had fallen asleep or if he kept on talking so as not to leave half-unanswered the question I invariably asked into the most delayed pauses he placed on purpose within the account: “And what happened next?” Maybe he repeated the stories for himself, so as not to forget them, or else to enrich them with new detail. At that age and as we all do at some time, needless to say, I imagined my grandfather Jerónimo was master of all the knowledge in the world. When at first light the singing of birds woke me up, he was not there any longer, had gone to the field with his animals, letting me sleep on. Then I would get up, fold the coarse blanket and barefoot – in the village I always walked barefoot till I was fourteen – and with straws still stuck in my hair, I went from the cultivated part of the yard to the other part, where the sties were, by the house. My grandmother, already afoot before my grandfather, set in front of me a big bowl of coffee with pieces of bread in and asked me if I had slept well. If I told her some bad dream, born of my grandfather’s stories, she always reassured me: “Don’t make much of it, in dreams there’s nothing solid”. At the time I thought, though my grandmother was also a very wise woman, she couldn’t rise to the heights grandfather could, a man who, lying under a fig tree, having at his side José his grandson, could set the universe in motion just with a couple of words. It was only many years after, when my grandfather had departed from this world and I was a grown man, I finally came to realise that my grandmother, after all, also believed in dreams. There could have been no other reason why, sitting one evening at the door of her cottage where she now lived alone, staring at the biggest and smallest stars overhead, she said these words: “The world is so beautiful and it is such a pity that I have to die”. She didn’t say she was afraid of dying, but that it was a pity to die, as if her hard life of unrelenting work was, in that almost final moment, receiving the grace of a supreme and last farewell, the consolation of beauty revealed. She was sitting at the door of a house like none other I can imagine in all the world, because in it lived people who could sleep with piglets as if they were their own children, people who were sorry to leave life just because the world was beautiful; and this Jerónimo, my grandfather, swineherd and story-teller, feeling death about to arrive and take him, went and said goodbye to the trees in the yard, one by one, embracing them and crying because he knew he wouldn’t see them again.
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(Vedi anche l’originale portoghese.)

Se lo scrittore impara dai suoi personaggi

(«Lettera internazionale», n. 59/60, gennaio/giugno 1999, p. 2)

L’uomo più saggio che ho conosciuto in tutta la mia vita non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro del mattino, quando la promessa di un nuovo giorno ancora indugiava sulle terre di Francia, si alzava dal suo pagliericcio e prendeva la via dei campi, portando al pascolo la mezza dozzina di scrofe la cui prolificità nutriva lui e sua moglie. I miei nonni materni vivevano di questo poco, di questo piccolo allevamento di maiali che, dopo essere stati svezzati, venivano venduti ai vicini nel villaggio di Azinhaga, nella provincia di Ribatejo. Si chiamavano Jerónimo Melrinho e Josefa Caixinha ed erano entrambi analfabeti. D’inverno, quando il freddo della notte si faceva così intenso da gelare l’acqua raccolta nelle brocche dentro casa, andavano nel porcile, cercavano i maialini più deboli e li portavano nel loro letto. Qui, sotto le ruvide coperte, il calore degli esseri umani riparava i piccoli animali dal rischio di congelamento e li salvava da una morte sicura. Sebbene fossero persone di buon carattere, non erano tuttavia le premure di un animo compassionevole a farli agire in questo modo: ciò che li preoccupava, senza sentimentalismi né retorica, era proteggere il loro pane quotidiano, come è naturale per chi, per mantenersi in vita, non ha imparato a pensare più dell’indispensabile. Molte volte ho aiutato mio nonno Jerónimo nel suo lavoro di pastore, molte volte ho zappato la terra dell’orto annesso alla casa e ho tagliato la legna per il fuoco, molte volte, girando e rigirando la grossa ruota di ferro che azionava la pompa, ho fatto risalire l’acqua dal pozzo comune e l’ho portata sulle spalle, molte volte, di nascosto dai guardiani dei campi di grano, sono andato con mia nonna, anche all’alba, armati di rastrello, sacco di tela e spago, a raccattare tra le stoppie la poca paglia sparsa che sarebbe poi servita da lettiera per il bestiame. E a volte, nelle calde sere d’estate, dopo la cena, mio nonno mi diceva: «José, stanotte andiamo tutti e due a dormire sotto il fico». C’erano due altri alberi di fico, ma quello, certamente perché il più grande, perché il più vecchio, perché lì da sempre, era, per tutte le persone della casa, «il fico». Più o meno per antonomasia, parola erudita che solo molti anni più tardi sono arrivato a conoscere e a sapere cosa significava… Nella pace della notte, tra i rami alti dell’albero, mi appariva una stella, e poi, lentamente, si nascondeva dietro una foglia, e, guardando in un’altra direzione, quasi come un fiume che scorreva silenzioso attraverso il cielo concavo, si offriva alla vista la chiarezza traslucida della Via Lattea, il Cammino di Santiago come ancora la chiamavamo nel villaggio. Mentre tardavo a prendere sonno, la notte si popolava delle storie e degli avvenimenti che mio nonno andava raccontando: leggende, apparizioni, fatti incredibili, episodi singolari, vecchie morti, scaramucce con bastoni e sassi, parole di antenati, un flusso instancabile di ricordi che mi teneva sveglio e allo stesso tempo mi cullava soavemente. Non ho mai saputo se egli restasse zitto quando si accorgeva che mi ero addormentato, o se continuasse a parlare per non lasciare a metà la risposta alla domanda che invariabilmente gli facevo nelle pause più prolungate che di proposito infilava lungo il racconto: «E poi?». Forse ripeteva le storie a se stesso, per non dimenticarle, o per arricchirle di nuovi particolari. Senza neanche bisogno di dirlo, a quell’età, e un po’ come capita a tutti noi in quel periodo della vita, vedevo in mio nonno Jerónimo il depositario di tutto il sapere del mondo. Quando, alle prime luci del giorno, mi svegliava il canto degli uccelli, lui già non era più lì, partito per i campi con i suoi animali, lasciandomi al mio pacifico sonno. Allora mi alzavo, piegavo la coperta e, scalzo (nel villaggio ho sempre camminato a piedi nudi fino ai quattordici anni), con le pagliuzze ancora conficcate tra i capelli, passavo dalla parte coltivata dell’orto all’altra, dove si trovava la porcilaia, affianco alla casa. Mia nonna, già in piedi prima del nonno, mi piazzava davanti una grande tazza di caffè con dei pezzi di pane e mi chiedeva se avevo dormito bene. Se le raccontavo di qualche brutto sogno nato dalle storie di mio nonno, mi tranquillizzava sempre: «Non farci caso, nei sogni non c’è niente di solido». Sebbene fosse una donna molto saggia, all’epoca pensavo che mia nonna non potesse raggiungere le vette di mio nonno, lui che, sdraiato sotto il fico, con al fianco il nipote José, con sole due parole era capace di mettere in movimento l’universo. Solo molti anni dopo, quando mio nonno se n’era già andato da questo mondo e io ero un uomo cresciuto, mi sono reso conto che anche mia nonna, dopo tutto, credeva ai sogni. Non poteva esserci altro motivo che questo se una sera, mentre sedeva sull’uscio della povera casa, dove ora viveva da sola, guardando le stelle più grandi e quelle più piccole sopra la sua testa, disse queste parole: «Il mondo è così bello che è davvero un peccato dover morire». Non disse di aver paura di morire, ma che era un peccato morire; come se la sua vita di duro e continuo lavoro ricevesse, in quel momento quasi finale, la grazia di un supremo e ultimo commiato, la consolazione della bellezza rivelata. Sedeva sull’uscio di una casa che non credo abbia avuto simili al mondo, una casa dove era vissuta gente capace di dormire con i maialini come se fossero i propri figli, gente a cui dispiaceva lasciare il mondo solo perché il mondo era bello, gente – e questo è stato mio nonno Jerónimo, pastore e narratore di storie – che, sentendo approssimarsi la morte, ha salutato gli alberi del proprio orto uno a uno, abbracciandoli e piangendo perché sapeva che non li avrebbe più rivisti.
[…]

Pierre Sow

Les rois du ndombolo  

(«Jeune Afrique», 4 maggio 1998, p. 168)

On les appelle les Chégué. Orphelins ou simplement enfants de la rue, SDF dans une ville dont ils ont envahi les trottoirs. On les rencontre plus fréquemment place de la Victoire à Matonge, l’un des quartiers les plus chauds de Kin-la-Belle. Ils ont ausssi fait du grand marché, de la gare centrale ou encore du rond-point Kimpwanza, près du palais du Peuple, leurs ” territoires “.
Cireurs, petits camelots vendant à la sauvette des noix de Kola, des cacahuètes, des cigarettes ou des œuf, ces gamins ont aussi la mauvaise réputation d’être des pickpockets. Obligés de se plier à la dure loi de la survie que les Zaïrois sont convenus d’appeler ” article 15 ” (le 15e article d’une Constitution qui n’en comportait que 14), et donc de se débrouiller pour s’assurer une pitance, ils écument, en fin de journée et jusque tard dans la nuit, les alentours des bars-dancing e des nganda et, pour oublier leur chagrin, transforment le macadam en piste de danse.
En 1997, ils suivent avec émerveillement l’épopée victorieuse des troupes de l’Alliance des forces démocratiques pour la libération du Congo-Zaïre (AFDL) et assistent à l’entrée triomphale du tombeur de Mobutu dans la capitale. Un détail les frappe particulièrement à ce moment-là : la démarche pénible et balourde du patron de l’AFDL. Son dandinement fait penser à celui d’un boiteux. Ils vont s’en inspirer pour créer un nouveau pas de danse. C’est ainsi que serait né le ” ndombolo “.
[…]

I nuovi re di Kinshasa

(«Internazionale», 29 maggio 1998, p. 30)

Li chiamano chégué: orfani o semplicemente figli della strada, senza fissa dimora in una città di cui hanno invaso i marciapiedi. Li si incontra maggiormente in place de la Victoire, a Matonge, uno dei quartieri più caldi di Kinshasa-la-Belle [soprannome di Kinshasa]. Ma tra i loro “territori” ci sono anche il mercato grande, la stazione centrale e la rotonda di Kimpwanza, vicino al Palazzo del Popolo. Lustrascarpe, venditori abusivi di noce di cola, noccioline americane, sigarette o uova, questi ragazzini hanno anche la cattiva reputazione di essere dei borsaioli. Costretti a piegarsi alla dura legge della sopravvivenza che i congolesi solo soliti chiamare “articolo 15” (il quindicesimo articolo di una Costituzione che ne contemplava solo quattordici), e quindi a sbrogliarsela per racimolare un pasto, setacciano, alla fine della giornata e fino a tarda notte, i dintorni dei piano-bar e dei nganda [luoghi di ritrovo], e, per alleviare la tristezza, trasformano l’asfalto in pista da ballo.
Nel 1997 questi ragazzi seguono con stupore l’epopea vittoriosa delle truppe dell’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo-Zaire (Afdl) e assistono all’entrata trionfale nella capitale di Laurent-Desiré Kabila, il vincitore di Mobutu. Un dettaglio li colpisce particolarmente: l’andatura pesante e goffa del capo dell’Afdl. Il suo modo di camminare ricorda i movimenti di uno zoppo. Gli chégué ne traggono l’ispirazione per un nuovo passo di danza. È in questo modo che sarebbe nato il ndombolo.
[…]

John Walsh

It starts with an E

(«The Independent», 7 febbraio 1997, p. 2)

“Top blag” announced the sticker on my complimentary pass. It was, I assumed, a variant of “VIP GUEST”; but then I had a steep learning curve in front of me, as I stood in the cloakroom queue, crushed between a spindly biker, who was shedding unfeasible amounts of insulating material like an over-lagged boiler fussily divesting itself, and two very zonked young women with Vampirella make-up and silver bolts through their lips. It was 11.25pm at The End, a fashionable rave club off London’s New Oxford Street, and I was on the threshold of discovering a whole new literary genre.
Or is it new? The concept of yoking together the prose recital and the wail of avant-garde music isn’t exactly hot. Edith Sitwell, declaiming the syncopated rhythms of Façade through a megaphone while hidden behind a curtain, accompanied by the fractured honks of William Walton’s score, was an obvious precursor, and that was in 1923. But what we were there to witness was more than a mere performance. It’s where literature meets the street. It’s where the E Generation and the TLS Generation make common cause. When Irvine Welsh’s Trainspotting made it to Number 10 on the Waterstone’s Top 100 Books of the Century, commentators were quick to point out that for many 18- to 25- years-olds, Welsh’s tall stories and urban myths from the junkie backstreets of Leith was probably the only serious, grown up fiction they’d really read at all.
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Trainspotting in concerto

(«Internazionale», 1 maggio 1997, p. 41)

Top blag, annuncia l’etichetta sul mio lasciapassare. Pensavo che fosse una variante di “Ospite Vip”, ma ho dovuto subito ricredermi quando, in fila al guardaroba, mi sono ritrovato schiacciato tra un motociclista spilungone tutto cuoio che si stava liberando da caterve di arnesi contro il freddo, come uno scaldabagno supercoibentato deciso puntigliosamente a disfarsi di tutto il rivestimento isolante, e due ragazze strafatte con trucco da Vampirella e spillone d’argento sul labbro. Erano le undici e un quarto si sera al The End, un locale rave alla moda dalle parti di New Oxford Street, a Londra, e io stavo per scoprire un genere letterario completamente nuovo.
Sicuro che lo si possa definire nuovo? L’idea di abbinare recital di brani letterari e musica d’avanguardia non è esattamente l’ultima trovata. Edith Sitwell, che declamava con un megafono i ritmi sincopati di Façade, nascosta dietro una tenda e accompagnata dal rotto starnazzare della partitura musicale di William Walton, può giustamente ritenersi una precorritrice del genere – la cosa risale al 1923. Ma quella a cui assisto al The End è ben più che una semplice performance. Si celebra l’incontro tra letteratura e strada, tra la generazione del Times Literary Supplement e quella dell’ecstasy. Quando il romanzo Trainspotting di Irvine Welsh si è piazzato al decimo posto nella classifica Waterstone dei cento “libri del secolo”, i commentatori si sono affrettati a dire che, per molti giovani tra i 18 e i 25 anni, i racconti assurdi e i miti urbani sulla vita dei tossici nelle viuzze di Leith ideati da Welsh costituivano probabilmente l’unica seria opera narrativa per adulti che avrebbero mai letto.
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