Cronache mantovane. Una sorta di prequel

[Viene oggi pubblicato sulla pagina Facebook di «PULP Libri – Rivista di letteratura» un resoconto (sì, ho timore a chiamarlo “reportage”, come invece compariva nel lancio su FB; preferisco parlare di una “cronaca”, molto personale, e spero sufficientemente autoironica) della mia partecipazione all’ultima edizione di Festivaletteratura, a Mantova, nelle vesti di semplice visitatore, dal 6 all’8 settembre, ovvero i primi tre giorni del festival, proseguito fino al 10 settembre. Trattandosi della mia quinta presenza, faccio, lì, anche un passo indietro, per raccontare brevemente l’ultima volta che c’ero stato, nel 2007, cercando in qualche modo di motivare l’attesa di dieci anni prima di tornare a un appuntamento tanto amato. A seguire, qui, vado ancora più indietro, risalendo alle origini della mia passione per Festivaletteratura. Per la serie: essendomi per una volta premurato di scrivere qualcosa di lungo e suppergiù strutturato, non butto via niente e con gli scarti del pezzo principale confeziono un post, a mo’ di promo e di prequel. Classica “filosofia del maiale”.]

2000

È su segnalazione della collega traduttrice [1] sotto la cui guida sto traducendo il mio primo libro, un romanzo, che da un giorno all’altro decido di raggiungere Mantova, a Festivaletteratura già iniziato, e senza saperne ancora molto. Da casa a San Benedetto del Tronto in macchina, poi treno, il venerdì, presto. A Mantova per le 11, per il rotto del cuffia trovo una camera singola, solo per quella notte, in uno degli alberghi davanti alla stazione: va da sé che è un anno fortunato, quello. Mi innamoro subito, perdutamente, della città e del festival, della sua gente. Per un giorno e mezzo vivo come fuori di me. E pur limitato da un carattere schivo e introverso, e frastornato dalla mancanza di sonno (cambiando letto o in movimento, è raro che riesca a dormire) e da questo mondo così nuovo, così bello, faccio incontri su incontri, venendone via il sabato sera con estremo rammarico, ma anche una gioia come non provavo da anni. Degno di nota, in particolare, il momento in cui, al termine di un reading in Piazza Concordia, vado a complimentare un’ancora  in Italia  semisconosciuta Jhumpa Lahiri, avendone da poco letto, in inglese, la prima raccolta di racconti, Interpreter of Maladies, vincitore quell’anno del Pulitzer per la narrativa: incantato dalla sua bravura e  ci mancherebbe! bellezza. Ottenuto un autografo sulla copertina del programma del festival, posso avviarmi verso la stazione con un carico di sensazioni positive, e affrontare con levità il lungo viaggio notturno di rientro alla base.

Ma il 2000, nei fatti, è solo un assaggio risicatissimo del festival. Impreparato, non ne conosco ancora i meccanismi chiave: i biglietti per gli eventi più ambiti da prenotare in anticipo, appena messi in vendita; se sprovvisti, le lunghe file da fare all’ingresso, nella speranza di accaparrarne uno di quelli disponibili sul posto; o il fortunato possesso di uno dei pass riservati agli addetti ai lavori. Così, per esempio, è solo grazie al prestito generoso di uno di questi che, il venerdì sera, dopo aver ascoltato Giulio Rapetti (Mogol) e Samuele Bersani dialogare di canzoni (era Piazza Leon Battista Alberti, come da programma, o Piazza Castello, come mi sembra di ricordare?), riesco ad assistere all’incontro con l’amato Claudio Magris, per la proiezione del documentario “Fra il Danubio e il mare”, nel Cortile della Cavallerizza, il luogo di Mantova a cui resterò sempre più affezionato. Viceversa, chissà, forse sarebbe stata tutta un’altra storia; forse non mi sarei così innamorato, e di Mantova e di altro.

Dopo questo assaggio fortuito e fortunato, il desiderio di tornare a Festivaletteratura – se possibile, non più da sprovveduto – è in ogni caso fortissimo. Subito, nel 2001, non si può: sono ancora alle prese con il romanzo dell’anno prima, [2] dopo una sua messa in stand-by e la traduzione nel frattempo di due saggi e mezzo, più la montagna di roba che al tempo facevo per «Internazionale» e altri. (A proposito di «Internazionale»: nel 2000, a Mantova, mi sarei mai aspettato, all’evento con Marlo Morgan, sempre nel Cortile della Cavallerizza, il sabato pomeriggio, in attesa di andare a sentire Jhumpa Lahiri e poi riprendere il treno, di sedermi accanto una ragazza che, nei minuti che precedono l’incontro, tira fuori un vecchio numero del settimanale, addirittura del marzo 1998, con almeno 5-6 pezzi a sigla finale nm?) Perciò, tutto rimandato all’anno dopo: all’epoca, prima il dovere, in maniera indefessa, e poi, ma molto poi, il piacere.

2002

Stavolta, i preparativi iniziano per tempo: già a luglio, trovata una camera (in un agriturismo poco fuori città) per giovedì, venerdì e sabato; iscrizione addirittura all’associazione Filofestival, per poter prenotare i biglietti qualche giorno prima dei non soci; e anche un mezzo appuntamento con una ragazza conosciuta su una mailing list di traduttori e interessata alla manifestazione. Al dunque, quest’ultima non si paleserà (mai più sentita, da allora), mentre con la lettrice di «Internazionale» incontrata due anni prima a Mantova ci si rivedrà per un saluto in Piazza Sordello; con un drappello di colleghe traduttrici, listaiole e non, più Luca Scarlini, ci sarà invece un gradevole pranzo dopo la comune partecipazione – chi da protagonista e chi nel pubblico – all’incontro “Autoritratto allo specchio: traduzione e traduttori oggi”, con Laura Cangemi, Yasmina Melaouah, Tim Parks e Scarlini, il sabato, al Palazzo della Ragione; e con un amico del corso “Tradurre la letteratura”, tre anni prima a Misano, assisterò all’anteprima nazionale dello spettacolo teatrale “Bukowski”, di Alessandro Haber. Per il resto, campo libero per seguire a piacimento, in solitaria, tutti gli eventi prenotati e quelli scelti sul posto. Se i ricordi – e i doppi pallini sul programma del festival – non ingannano, il 2002 è davvero un pieno di autori di prim’ordine, visti e sentiti: Tracy Chevalier, Wu Ming, Jonathan Lethem, Colson Whitehead, Richard Ford, Gabriele Romagnoli, David Lodge, Tommaso Pincio, Gabriele Pedullà, Emanuele Trevi, Stefano Benni, Mo Yan, Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli, Tobias Wolff, Ian McEwan (più altri, probabilmente, di cui ho perso memoria). Questo anche reso possibile dal fatto che stavolta – caso eccezionale per me – arrivo in macchina, non in treno, così mi posso spostare con relativa facilità (quantomeno da e per l’agriturismo, e per tornare a casa, senza l’assillo di orari da rispettare).

Ma se devo dirla tutta, non mi resta impresso molto di davvero emozionante di questo tourbillon di appuntamenti del 2002; cioè, non penso di essermelo goduto sul serio quel festival, carico forse di troppe aspettative e anche un po’ troppo “affollato”, dunque senza la possibilità di veri momenti di distensione, pacificamente in giro per la città, alla sua scoperta, oppure pigramente sdraiato su un prato o seduto al tavolo di un caffè, senza impeto di “collezionismo” o presenzialismo letterario, solo per poter dire “Io c’ero. Ho visto questo e ho visto quello”, come in fondo sto facendo anch’io in questo momento.

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Di bello, resta senz’altro la sensazione di vivere per qualche giorno come in un altro mondo: un mondo che apprezza sul serio la cultura, la lettura, la scrittura, l’arte, la bellezza, la gentilezza; un mondo di gente preparata, istruita, colta, o che semplicemente stima chi lo è e dispensa il frutto del proprio impegno intellettuale ed estetico. Il rischio, tuttavia, è di appagarsi dell’esperienza felice, a tratti beatifica, di quei momenti, e tornati alla quotidianità dare poco e niente seguito agli stimoli lì ricevuti. Nel mio caso, per esempio, di tutti i libri comprati alle edizioni di Festivaletteratura cui ho partecipato, e magari fatti autografare, è raro che ne abbia poi letto qualcuno, presto risucchiato nel vortice delle cose da fare o, più ancora, contento di possederli ma non così smanioso di riprenderli in mano e leggerli da cima a fondo, pago di quanto ne ho sentito dire dagli stessi autori e, semmai, più preso dal desiderio di scoprire per conto mio qualcosa di completamente nuovo. Insomma, dopo il ricco bis del 2002, di tornare a Mantova nel 2003 non sento il bisogno, tanto più alle prese con la traduzione delle settecento e passa pagine di un libro sui genocidi, [3] premio Pulitzer quell’anno, da consegnare da lì a poco.

2004

Esausto di traduzioni, si riaccende la smania per «l’appuntamento culturale più atteso di fine estate» (secondo l’Agenzia Giornalistica Online), «da anni appuntamento fisso per chi ama la lettura e per chi è semplicemente curioso di incontrare e ascoltare scrittori, musicisti, attori, per le vie e le piazze della città. Insomma, una manifestazione all’insegna del divertimento culturale, cinque giorni di incontri con autori, reading, spettacoli, concerti» (per la «Gazzetta del Mezzogiorno»). E niente, trovata quasi all’ultimo una camera in un albergo poco fuori città, nel settembre 2004, il venerdì del festival, ma senza precipitarmi all’alba, riprendo la serie di treni da SBT a Mantova, dove poi mi sposterò in autobus e, la notte, taxi.

È tutto molto più rilassato e anche improvvisato, stavolta: pochi eventi, solo quelli che mi attraggono in modo speciale o per i quali riesco, senza fatica, a trovare i biglietti sul posto; per il resto, incontri gratuiti e maggiore propensione a godermi questa accogliente e rasserenante città. Nell’occasione, ho con me anche la prima macchinetta fotografica digitale (nel 2002, credo di avere fortemente invidiato chi ne era già munito, specie tra le giovanissime e ammiratissime “magliette blu”); quindi, è pure più facile ricordare che cosa ho fatto, chi e che cosa ho visto, chi e che cosa ho ascoltato. Per la cronaca: Ingeborg Arvola, Valeria Parrella, Owen Sheers e Gernot Wolfram, ovvero i protagonisti di Scritture Giovani 2004, in dialogo con Gabriele Romagnoli; Arnon Grunberg con Bruno Gambarotta; Giampaolo Pansa; di straforo, Elio e le Storie Tese, verso la fine del concerto in Piazza Castello, quando sono stati aperti i cancelli e si è esibito anche Claudio Bisio; Tullio De Mauro con Francesco Erbani; Joachim Fest con Marina Valensise; Joseph Stigliz con Vittorio Emanuele Parsi; Giovanni Lindo Ferretti, Ambrogio Sparagna e Vox Clara nel concerto “Litania”; Azar Nafisi con Monica Farnetti; giornalisti, scrittori e attori vari presso lo spazio di Radio 3 Fahrenheit e alla lettura collettiva del “Baldus” alla Loggia del Grano; e gente, gente normale, a spasso o a riposo per piazze e giardini, di giorno e di notte. Un’edizione, quella del 2004, che mi godo serenamente, senza strafare, pur macinando sempre chilometri; e con la chicca di ascoltare infine dal vivo Lindo Ferretti, per poi salutarlo. Per quell’anno, per quell’estate, sotto più aspetti di decompressione, di scarico, di ricerca di quiete, con poche energie (le poche, anche dissipate nell’apertura di questo e quel blog, in fuga dalle mailing list dei traduttori), quel che ci voleva.

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Segue un periodo in cui il desiderio e lo stesso pensiero di Mantova si attenuano, appagato delle esperienze delle tre partecipazioni precedenti; sono probabilmente alla ricerca di altro, in via di ridefinizione (e quando non lo sono?), molto appartato (a parte il lato pubblico dei blog), poco in vena di appuntamenti letterari e più ancora professionali, molto più intento a leggere e scribacchiare in privato che a sentir leggere e sentir parlare di scrittura dal vivo. C’è però un commento che non riesco a trattenere, nel settembre 2006, ascoltando una discussione su Radio 3 Fahrenheit sul grande successo dei festival letterari e di filosofia, a fronte di dati sulla lettura statici o in calo. Ed è questo: «Leggere è faticoso, richiede concentrazione e possibilmente silenzio; soprattutto, è un gesto prettamente individuale e solitario. Guardare e ascoltare, invece, possono benissimo essere riti collettivi; anzi, più si è e più ci si lascia coinvolgere dall’evento. E, in questo modo, fatica e disagi – anche in termini di spesa – non si avvertono, perché sublimati in un felice spirito di appartenenza e di momentanea condivisione di un seppur vago orizzonte comune. Cosa che il lettore solitario raramente prova, se non in termini quanto mai astratti».

2007

Si torna a parlare di Mantova e di festival quando – galeotti furono i blog e le email! – conosco de visu, una sera d’inizio estate, quella che sarebbe diventata la mia compagna. [4] E una volta ritoccato il tasto Festivaletteratura, è chiaro che da lì a poco passo a organizzare una nuova trasferta nella città di Virgilio. Si va sul sicuro, optando per lo stesso agriturismo del 2002, per comodità di nuovo in macchina, e con i biglietti per i vari eventi concordati insieme (pur facendo prevalere i miei interessi di traduttore e lettore, lo ammetto) e prenotati per tempo. Partenza il venerdì mattina e, per una volta, rientro a festival concluso, dunque la domenica sul tardi (l’arrivo, a Pescara, sarà alle prime ore del lunedì, provatissimi dai molti appuntamenti mantovani e da un viaggio in autostrada oltremodo lento e faticoso, soffrendo io la guida di notte e, più ancora, i Tir in versione Duel). In mezzo…

…be’, ne parlo sulla pagina Facebook di «PULP Libri – Rivista di letteratura» (oltre che qui).

 

[1] La bravissima Lucia Olivieri, cui sarò sempre grato per avermi introdotto alla traduzione di libri e, appunto, a Festivaletteratura.

[2] S.M. Olaf, La vigilia dell’eternità, Fazi Editore, Roma, 2001.

[3] Samantha Power, Voci dall’inferno. L’America e l’era del genocidio, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2004.

[4] Franca Di Muzio, alias @copydimare.