Il richiamo del passato

Era metà febbraio e sentiva il bisogno di confessare a se stesso «un’insofferenza: più ancora che per le grandi feste, religiose o laiche che siano, quella per i compleanni, gli anniversari, le ricorrenze in genere. Sembra che per ogni piccolezza ci sia da festeggiare qualcosa, oppure che tutto sia già avvenuto, che il meglio – ma anche il peggio – sia già stato e di conseguenza non resti altro che rievocare. So bene che ricordare è importare, che c’è sempre tanto da imparare dalle donne e dagli uomini e dagli eventi del passato. Ma volgere un po’ di più lo sguardo in avanti fa tanto male? È tanto brutto il presente o ci spaventa tanto il futuro che il meglio che possiamo fare è rivangare sempre e comunque il passato?»

Allora non pensava che un giorno l’avrebbe detto, ma oggi la risposta era «Sì, il presente è brutto, o quantomeno parecchio mediocre, e terribilmente confuso. Mentre il futuro non che spaventi oltre ogni dire, ma da tempo non è più motivo di grandi speranze. Da qui il richiamo insistente del passato, delle ricorrenze».