La separazione

[Riprendendo e rivedendo, di nuovo, una vecchia traduzione (per diletto, ça va sans dire). Perché solo leggendo e rileggendo, come scrivendo e riscrivendo, ovvero traducendo e ritraducendo, si può forse arrivare a capirci qualcosa.]

di Jacques Ancet*

[…] Congiunte dapprima, disgiunte in seguito, scrittura e traduzione si ricongiungono di nuovo, ma in un rapporto inverso rispetto all’inizio. Il riavvicinamento non avviene più sul tradurre, che presuppone sempre dualismo (vivere/scrivere, creare/tradurre) e, quindi, gerarchia e svalutazione del secondo termine rispetto al primo. Adesso si fonda sullo scrivere, perché entrambi sono un produrre. Così vita e scrittura, creazione e traduzione non si oppongono più. Scrivere è un modo di vivere, tradurre un modo di scrivere. In altri termini, se lo scrittore non è un traduttore [del vissuto (n.d.t.)], il traduttore è uno scrittore. Ma di che tipo? Che ne è del soggetto traducente rispetto al soggetto scrivente?

Bisognerebbe dire, innanzitutto, che la traduzione è il lato cosciente di un’attività (scrivere) che non lo è mai del tutto. Ogni scrittore […] non padroneggia mai consciamente tutto quello che scrive. Addirittura, scrive per scoprire ciò che ignora ma che una parte di sé (questo altro che è l’io) “sa” in maniera oscura. Ora, se lo scrittore è spesso scritto dal proprio testo, il traduttore scrive sempre la sua traduzione. È questo, all’inizio, ciò che distingue fondamentalmente le due andature. Mentre il lavoro di scrittura comincia in una sorta di “vuoto” dinamico, quello che io chiamo un “desiderio” senza oggetto o calamitato da un oggetto confuso, il lavoro di traduzione parte dalla conoscenza più chiara e precisa possibile del suo oggetto. Perciò il traduttore deve essere – è – in un certo senso più intelligente dell’autore che traduce, perché il cammino percorso da quest’ultimo in uno stato di esaltazione, o di coscienza accresciuta, deve rifarlo, con cognizione di causa, solo con gli arnesi di una coscienza lucida. Questo, in ogni caso, è quello che penso quando confronto il mio doppio lavoro di scrittore e traduttore. Alcuni dei miei libri non so, letteralmente, come li ho scritti. Sono venuti; con la fatica e le difficoltà che si vogliono, ma sono venuti. Tutto qui (ed è molto). Viceversa, so sempre molto bene come ho tradotto un certo libro; mi ricordo la fatica che mi è costato e perché. Ocnos di Luis Cernuda, per esempio, con la trasparenza di una prosa che, tradotta tale e quale, diventava piatta, ampollosa. O Nostalgia della morte di Xavier Villaurrutia, le cui forme fisse assonanzate o rimate mi hanno richiesto mesi di lavoro allo stesso tempo terribili ed esaltanti. Dunque, il testo che traduco per me non ha mai il carattere instabile, incontrollato, oscuro del testo che scrivo. Contrasto che Borges […] riassume alla sua maniera: «Lo scritto originale dissimula omissioni volontarie, una certa vanità, il timore di lasciare indovinare processi di pensiero che sentiamo pericolosamente banali, il desiderio di conservare intatto nel cuore dell’opera una riserva d’ombra infinita. La traduzione sembra invece destinata a illuminare la discussione estetica. Il modello che ci si propone di imitare è un testo evidente, non un labirinto indistinto di progetti abbandonati né la tentazione della facilità cui ci si è momentaneamente arresi».

Da qui la complessità dell’atto di tradurre. Da qui anche l’esaltazione, si è detto, che può accompagnarlo. Ma proprio qui si abbandona il regno della sola padronanza, del solo savoir-faire, per affrontare una seconda tappa dove il lavoro del traduttore sembra ricongiungersi al lavoro dello scrittore nella sua prima fase. Mentre quest’ultimo è all’opposto diventato, in una seconda fase, molto più cosciente. Come se le due andature si riavvicinassero ogni volta solo per meglio separarsi. In realtà, dopo il “primo getto”, sempre sorprendente, sempre incontrollabile, lo scrittore lavora con tutte le risorse del suo sapere e della sua coscienza. Il processo può essere lungo, delicato, difficile, ma il più è fatto. Per il traduttore, invece, stesa la prima versione con tutte le precauzioni e tutti gli scrupoli del caso (esattezza lessicale, sintattica, metrica ecc.), il più resta da fare: trovare un ritmo che non sarà identico (ogni ritmo è singolare, dunque irripetibile) ma analogo, perché sarà quello di un altro corpo. È necessario, prima o poi, quello stesso stato di vuoto dinamico, di smarrimento, proprio della scrittura al suo principio, e dove può effettivamente prodursi qualcosa di esaltante: l’incontro di due soggettività nello spazio della loro differenza.

Essere fedeli è, dunque, e innanzitutto, essere fedeli a sé stessi nell’intesa con l’altro. Un sé che non preesiste ma che si costituisce nell’atto di tradurre, come per lo scrittore si costituisce nell’atto di scrivere. Perché, come afferma con profondità Humboldt, se “ogni comprensione è una non-comprensione: ogni intesa affettiva o intellettuale è una separazione”, anche comprendere l’altro è non comprenderlo. È rifiutare di com-prenderlo, di assorbirlo, per permettergli di restare sé stesso. È, in cambio, anche non essere compreso, assorbito da lui, è abitare il soggetto della propria enunciazione: l’altro dell’altro. La traduzione è questa divergenza accettata. Tradurre è insediarsi nello spazio di questa divergenza e rimanerci. Affinché, l’uno restando l’uno e l’altro restando l’altro, possa finalmente stabilirsi una vera com-prensione.

* Jacques Ancet, «La séparation», in Martine Broda (a cura di), La Traduction-poésie. Á Antoine Berman, Presses Universitaires de Strasbourg, Strasbourg 1999, pp. 183-186.