Maculae, macularum

Questo sito, nella versione attuale, nasce nel marzo 2015 dalla confluenza di due siti precedenti: una vetrina professionale in forma di blog e un blog vero e proprio che rispondeva al nome di maculae vitae; blog a suo volta nato ufficialmente nel gennaio 2013 sulle ceneri delle vecchie fogliedivite (mandate per sempre in archivio nel dicembre 2012), con l’intenzione dichiarata di non volerne essere un prolungamento, bensì allo stesso tempo qualcosa di più e qualcosa di meno.

Mese dopo mese, anno dopo anno, ci si accorge però che, a conti fatti, prevale di gran lunga il segno meno. I contenuti per così dire corposi, non riducibili a pochi tweet o qualche immagine, sono cioè sempre più scarsi: non si ha il tempo – e, probabilmente, nemmeno più l’abitudine, la passione, la dedizione – per elaborarli. A sprazzi magari ci si prova a ricalarsi nei panni di blogger, con l’obiettivo di approntare post non banali a cadenza almeno settimanale, ma se va bene dura un mese o poco più, poi è di nuovo scena muta.

(Scena muta qui sul sito, s’intende; perché, per contro, i Cip! Cip cip! su Twitter, quelli no, non scarseggiano. E, alla fine, forse è anche colpa loro se poi non si ha altro da dire.)

Cosa fare, allora? Pazientare e aspettare che torni l’ispirazione, accanto alla dedizione? No, non funziona: un po’ bisogna scuotersi e smuoversi, c’è poco da fare; un po’ bisogna anche scuotere e smuovere il sito. E come, di grazia? Be’, anche accorpando vecchi post e riproponendoli come un tutt’uno, per esempio. La serie delle maculae, per cominciare, nata a sua volta con l’obiettivo di accorpare, concatenare, agglutinare note e nugae sparse.

Voilà, alla faccia della brevità!

  1. Se c’è una cosa che più di ogni altra ti senti di rimproverare a internet, forse è l’eccessiva immediatezza: il troppo poco tempo che in genere passa tra l’insorgere di un bisogno – di esprimersi, di comunicare, di commentare, di informarsi, di interagire – e il soddisfacimento di quel bisogno, pigiando il tasto Invia, con conseguenze non sempre esemplari. Ci fosse uno scarto temporale maggiore tra l’insorgere del bisogno e il suo soddisfacimento, tutto sarebbe meno che un male. Ammirazione, allora, per chi pigia quel tasto Invia con molta parsimonia e accortezza, sforzandosi di dilatare i tempi più che accorciarli, complessificando e arricchendo l’espressione di sé e non semplificandola, non banalizzandola in sterili e ripetitive caricature. Ammirazione, insomma, per chi continua o ha ripreso a fare un uso sapiente del blocco di carta, che sia per scrivere o prendere appunti, che sia per disegnare, che sia per incollare ritagli o fotografie.
  2. La Library of Congress che sta archiviando l’intera Tweetosfera per renderla accessibile agli storici di domani (se mai saranno capaci di ricavare qualcosa da questo mare sterminato di dati non strutturati). Tu che cancellando quasi tutti i vecchi tweet ti illudevi di fare una meritoria opera di pulizia, l’equivalente di accendere un bel falò purificatore.
  3. Detox, detox, detox yourself… from the allure of life on the Net. Facilissimo a dirsi. Ma un’impresa pressoché impossibile, mancando di carattere. Perché appena ci ricaschi, dopo ogni piccola pausa, trovare la forza di staccare e mantenere una giusta distanza diventa sempre più duro. A oggi la cosa più semplice, malgrado il pessimo punto di partenza, è stato ridurre al minimo le email, lette e scritte. La passione per giochi, chat e cavolate varie per fortuna non c’è mai stata. Ma sottrarsi al richiamo di questo o quel link, questa o quella foto o frase, che fatica. E se la domanda è “Ma sottrarsi perché? Basta fare tutto con la giusta misura”, la risposta è che la “giusta misura”, anzi proprio l’idea di “giusto”, varia da persona a persona, è tra le cose più soggettive che ci siano (oltre a variare da momento a momento). Non esiste, quindi, un modo “giusto” e univoco di rapportarsi alla rete: dipende dalle persone. C’è chi riesce a viverla serenamente (e buon per lui/lei), e chi la vive in modo conflittuale, amandola e odiandola di pari passo perché crea in lui/lei una forte dipendenza che ne esalta allo stesso tempo i lati migliori e peggiori. E se senti di appartenere alla seconda categoria, allora senti anche il bisogno di periodiche “disintossicazioni” o prese di distanza, per riguadagnare una giusta misura, la tua giusta misura del momento.
  4. La testa fa tilt / di link in link saltando / la rete va giù.
  5. Rileggersi ad anni di distanza nelle cose scritte in rete e, nonostante la discutibile logorrea, avercela non tanto con il cosa quanto con il come. Con la fretta, in particolare; con la smania; con la cura insufficiente, malgrado tutte le apparenti attenzioni. E nella scrittura, in rete come altrove, è proprio questo il peccato maggiore, imperdonabile: la foga, la precipitazione, la sciatteria, la sufficienza. Senza una cura adeguata, anche il testo animato delle migliori intenzioni non è degno che di scarsa considerazione. Né più né meno che, da sempre, ogni cosa al mondo.
  6. Tutti questi tuoi pensierini-ini-ini, per fermare i quali hai bisogno di fogliettini-ini-ini. Sapessi dire di più, scriveresti su dei quaderni grandi, magari a righe. Scarabocchi invece blocchetti di carta grigiolina, riciclata, sottile. Appunti quelle due o tre frasi che ti vengono di getto, poi agglutini un po’, esaurisci un lato del foglietto, lo pieghi, prosegui sull’altro. Finito anche questo, tra una cancellatura e un’aggiunta, hai bello che finito di scrivere. Stacchi allora il foglietto, lo lasci riposare per qualche ora o giorno. Lo rileggi ogni po’ di tempo. Se ti soddisfa, ne fai un post-ino-ino; se no, lo stracci. Alla fine, è sempre così.
  7. A mettere in fila tutto quanto uno legge, sente, vede, linka, cita, scrive, pensa, fa, che cosa viene fuori? Oibò, un gran stordimento.
  8. Ci si espone anche al ridicolo (che sia in una cerchia ristretta di “amici” o tra perfetti sconosciuti poco conta) con quello che via via si appunta online, per fissare/condividere quanto passa per la testa in un dato momento, sia significativo e apprezzabile o (ed è il più delle volte) no. Ma come dice Claudio Magris in un passo di Danubio, con il semplice gesto di annotare qualcosa ci sentiamo forse meno sperduti e soli e per certi versi la vita finisce per apparire meno insulsa e vuota, ricavandone così ogni volta quella piccola spinta indispensabile per andare avanti.
  9. Le nuove coordinate che periodicamente cerchiamo, venute a mancare le vecchie, per consunzione o abbandono.
  10. Questo bisogno reiterato di cambiare (pure blog), questo non arrivare mai a un’espressione compiuta e stabile di sé, che non siano anche una spia della natura camaleontica e di fatto irrisolta di ogni traduttore?
  11. Il problema di trovare la sintonia fine, che sia nella resa di un testo e in altri contesti o discorsi.
  12. Una benedizione la rete, con tutte le sue possibilità, ma anche una dannazione, una condanna, senza mai un vero punto fermo, stabile. E se le idee sulla carta sono difficili da modificare (Weinberger dixit), quelle sulla rete sono in vorticoso divenire, come noi che ne siamo parte.
  13. La necessità – sul fronte tecnologico – di essere moderni, aggiornati, al passo con i tempi. Ma anche la voglia e la tentazione, insopprimibili, di essere vagamente, blandamente rétro. Il vizio ricorrente, allora, di due passi avanti e uno indietro. E, in certi momenti, il bisogno di stare quanto più fermi, indolentemente. Come dopo una nevrastenica, schizzata corsa in avanti – o all’indietro.
  14. Il bisogno continuo di ritararsi, esplorare e mappare nuovi territori, sperimentare e progressivamente correggere il tiro, anche a rischio di tornare poi in parte sui propri passi.
  15. Alla fine si riduce quasi tutto a una questione di scelte, a che cosa meriti di più l’investimento del nostro tempo e delle nostre capacità.
  16. Bisogna saper scegliere nella vita: essere dentro o essere fuori. Stare lì lì sulla soglia a osservare, una volta un po’ dentro e una volta un po’ fuori, non si può. Soprattutto, bisogna capire quando è il momento di cambiare (marcia, stile di vita, sport, passatempo ecc.): nella vita, come correndo, non si può andare sempre dello stesso passo e sugli stessi percorsi; pause e variazioni, come accelerazioni e frenate, fanno parte del gioco.
  17. Il bisogno di rarefare e allungare, di darsi il tempo e il modo di capire, meditare, esprimere. Perché non siamo centometristi e il pensiero va riscaldato, allenato, propiziato.
  18. Non basta leggere, come non basta pensare, come non basta fare. Non basta, ma è necessario. Come è necessario innanzitutto studiare, imparare, osservare, ascoltare, imitare e anche un po’ (tanto) meditare.
  19. L’idea che si possano – anzi si debbano – diradare periodicamente i contatti e gli scambi, per meglio arrivare a conoscersi, ad autodefinirsi. L’idea, anche, che in tante occasioni ci si possa – anzi ci si debba – sganciare da internet, dai cellulari, dalle reti e dai dispositivi digitali, per cercare di ritrovare e ristabilire un contatto migliore con il reale, oltre che con se stessi. L’idea, infine, in fondo, che tutto questo interagire a distanza, attraverso canali elettronici, spesso non serva a granché, non producendo nei fatti vere modificazioni dell’io e del noi, se non in chiave spesso deteriore, con la mera illusione di assistere a un cambiamento serio, di sostanza, quando in realtà lo è quasi soltanto esteriore o comunque non tale da incidere in profondità e con effetti duraturi e rilevanti nella vita pratica, dove le stratificazioni del passato sono invece dure da scalfire per non dire erodere e progressivamente rimuovere, disegnando con il tempo il profilo di nuove valli, pianure, colline e montagne. L’idea, insomma, in concreto, che ci sia ancora moltissima strada da fare, più dentro che fuori di noi.
  20. Don’t be lifeless, don’t be lazy, don’t be stupid! Move, ride your bike, hike, climb, dive, swim, run, walk or play – if you can. And you can! Love, above all, things and people and places you’re passionate about!
  21. Sono stanchi i tuoi occhi, iniettati di sangue la sera, e incrinato l’umore, provato, quando prolunghi le sedute davanti a un computer, e l’eccitazione per tutto quello che leggi e che scrivi o traduci non ti ripaga della luce naturale che perdi, dei colori di fuori che non vedi, dei suoni che non senti, dei sorrisi, le carezze, gli abbracci e baci che non ricevi e non dai.
  22. Le sere e le mattine che rivuoi quanto più per te, via dalla smania di stare incollato a uno schermo a controllare le ultime news, gli ultimi aggiornamenti di stato, gli ultimi post, le ultime email promozionali.
  23. Una forma di resistenza non lasciarci schiacciare dal presente, dalle sue ombre limacciose, dalle sue idiozie ricorrenti, dalle sue perduranti malattie. Una forma di resistenza anche non indulgere in nostalgie vane e false idealizzazioni passatiste. Una forma di resistenza leggere e studiare e pensare e argomentare e ideare e progettare e realizzare. Una forma di resistenza immaginare e sviluppare una storia o soltanto fissare un’impressione, un pensiero, un’immagine. Una forma di resistenza cercare di allungare il respiro di tutto ciò che facciamo. Una forma di resistenza sforzarci di amare ogni giorno un po’ di più.
  24. Non sapere, oggi come in altri giorni, se andare a rituffarti in piscina, a correre, a pedalare, prendere un treno o startene fermo e buono dove sei. Questo è solo un dettaglio, risibile, lo sai. Eppure, sono sempre i dettagli, le inezie, i malesseri minimi ma ricorrenti, a raccontare una storia, definirne i contorni, palesare quel qualcosa di più che spesso sfugge o è messo a tacere. I dettagli, così, a volte fanno anche pensare. Se è sabato e sei mezzo esausto da una settimana solo apparentemente come le altre (ma non sono mai uguali le settimane, e nemmeno i giorni, nemmeno le ore, nemmeno i minuti: ogni attimo è un concentrato straordinario di diversità, di dettagli irripetibili), ancora di più. Ma neppure il più dettagliato pensiero sui dettagli la può sul fascino irresistibile di un cielo rosa-arancio al tramonto di un sabato molto resistibile. Anche questo è un dettaglio, ma fortuna che per una volta non te lo sia lasciato sfuggire.
  25. Non riuscire a fissare l’umore della giornata in una semplice immagine, in poche brevi parole. Questo rende inquieti e nervosi, senza un motivo. Come dire che è stata una giornata inquieta e nervosa, senza un motivo.
  26. Basta poco, basta rilassarti un momento di troppo o di colpo essere risucchiato dalle impellenze di qualche attività collaterale, e in un niente sei in ritardo sulla tabella di marcia e, ciò che forse rattrista di più, senza nulla da argomentare, senza nulla da fissare.
  27. Queste cose da fare al mattino, queste incombenza da sbrigare, queste pratiche da sistemare. Viene a mancare il tempo per te, dai e dai. E senti che qualcosa si perde, se ne va. Si crea un’interruzione, una frattura che non è facile, non è immediato rimarginare.
  28. Sfiniscono le interruzioni, buttano giù. Pensare agli altri, prestarti a una gentilezza, quando in realtà è a te che dovresti pensare per non restare indietro, per non ritrovarti puntualmente con l’acqua alla gola, non ti farà sentire uno stronzo ma di certo non ti fa guadagnare tempo.
  29. Alla fine sono sempre loro che non fanno tornare i conti: le mezze giornate perse per questa co(r)sa e quell’altra, senza averle dedicate a te.
  30. Ma troppo assorbiti da noi stessi, dal nostro misero io ossessivo, dalle nostre piccole (pre)occupazioni e dai nostri cazzeggi (sì, spesso è così, è incontestabile), finiamo troppe volte per trascurare o dimenticare le cose e soprattutto le persone davvero importanti. È l’istinto di sopravvivenza, il bisogno di evolvere, di andare avanti, di non fermarci e non affliggerci oltre il dovuto, si dirà, ma quanto perdiamo così.
  31. Corri, corri, fai, ti sforzi, ti ingegni, sbagli, ti correggi, cadi, ti rialzi, ti riprendi, rinciampi, ricadi, di nuovo ti rialzi. Ci provi, ma tutti di certo non riuscirai mai ad accontentarli, non come vorrebbero loro almeno. Meglio prenderla con filosofia, allora, e non impazzirti né abbatterti mai più di tanto, finché dura.
  32. Il nostro rischio più grande? Ripeterci, ripercorrere vecchie strade e abitudini anche quando non è più il tempo, quando da noi si richiede semmai un balzo deciso verso nuove attitudini, verso nuove risoluzioni, verso nuove idealità, assumendo quanto più uno sguardo nuovo.
  33. Siamo, soprattutto nel lungo periodo, esseri monocordi, che tendono a ripetersi, a fare/dire/pensare suppergiù le cose di sempre? Possibile. Più che possibile.
  34. È la disciplina che manca, verrebbe da dire; un darsi e rispettare delle regole, un metodo, una prassi. Ne rifuggiamo, invece, ne facciamo a meno, volutamente e no, improvvisando e tamponando alla meglio le tante falle, ricorrenti, insistenti. Ma non dovremmo farcene un vanto.
  35. L’obiettivo professato, da ultimo, è giorno dopo giorno abbassare il livello di inquinamento emozionale e mentale, grazie a un ridotto input informativo, e recuperare così una maggiore fluidità del pensiero. Provarci si può, si deve. Riuscirci esige tuttavia una disciplina che, per come siamo fatti o come siamo diventati, è di per sé un’impresa. Ma disciplina è anche sforzarci di trovare una linea di continuità tra le idee, i pensieri, i ragionamenti che si accendono nella nostra testa e, se siamo nella vena giusta, poi portiamo avanti. Non si può cioè scrivere – anche su un blog, di fatto – tutto quello che viene in mente, come viene in mente, ma è necessario che si delinei e sviluppi una sequenza. Senza, siamo sempre lì, eternamente alla mercé delle bizze del momento. E soddisfatti/felici, alla fin fine, solo così così.
  36. Cominci a essere stanco di nuovo, nuovo, nuovo, dillo: non ti lasci più incantare. Meglio il vecchio – ma non di ieri: dell’altro ieri.
  37. L’anima che periodicamente s’intorbida, come l’acqua percossa da correnti stizzite sopra un fondo di melma e sabbia.
  38. Poesia e nostalgia di un tempo che fu, povero e scarno quanto si vuole ma con tutt’altro sapore – ampio, avvolgente, caldo – rispetto a quello venuto poi e, ancora di più, quello di oggi. Che fortuna averlo conosciuto, anche per poco e di striscio.
  39. I nostri genitori che a cinquant’anni, ma anche quaranta se non trenta, il più delle volte ci sembravano già vecchi. Noi che alle stesse età manteniamo un’aria giovanile e a tratti sbarazzina. Forse fin troppo.
  40. Non credere. Non credere che proseguendo così, senza rivedere e rimettere in ordine un bel po’ di cose, sarà una bella fine.
  41. È stato – in parte forse lo è ancora e, se vorrà, magari in futuro saprà esserlo di più – un bel paese, ma oggi come oggi non dà grande gioia. Molto c’è da ripensare, molto da demolire, molto da meglio costruire.
  42. Come sarà tra qualche mese o anno, vallo a sape’. Ma ora come ora, bella nen è! Il dato che con più forza emerge nella vita di tutti i giorni è quello di una crescente complessità e, in parallelo, una sempre più vistosa fragilità.
  43. Il futuro passerà probabilmente per la riscoperta, la riconsiderazione e la rivalorizzazione del nostro passato più remoto. Il presente, di sicuro, passa già per la resa dei conti con il nostro passato prossimo.
  44. Quella sensazione di naufragio di chi, sommerso da troppe cose, apprensioni e incombenze, non si ritrova più o mai si è veramente trovato.
  45. Un malessere sordo, diffuso, compresso, malcelato, nella vita di molti di noi. Insoddisfatti, sfiduciati, malfidati, dilaniati, sempre più spesso squattrinati, dunque, se non fuori, dentro quanto mai incazzati. Il malumore cova, ribolle, a tratti fuoriesce, esplode. A farne le spese, il più delle volte, le persone più care, le più innocenti.
  46. Dipenda solo da noi o anche dal tempo, incerto, mutevole, fragile, sfranto, ma è un periodo in cui gli entusiasmi, quelli veri, intensi, vibranti, durano poco, due, tre giorni quando va bene, sulla scia di qualche emozione viva, profonda, potente, poi risubentra un indistinto grigiore, un clima fiacco, svogliato, sterile, asettico, come mancasse linfa, slancio, vigore, come se tutto tornasse a essere come sempre, fioco, sbiadito, smorto, mediocre, consumato nell’attesa rassegnata di qualcosa sempre là da venire.
  47. Quante volte, nella nostra vita, ci saremo dati la proverbiale zappa sui piedi, procurando più o meno inconsapevolmente un danno a noi stessi. Succede di continuo: quando diciamo di no a tante buone occasioni, perdendo così opportunità potenzialmente d’oro; quando siamo troppo incerti e titubanti e restii davanti a tante situazioni che viceversa andrebbero colte al volo e sfruttate al meglio; ma anche quando non sappiamo dire di no a tante cose che dentro di noi già sappiamo che non produrranno nulla di buono, e invece non siamo sufficientemente forti e lucidi da opporci. Capita, e con gli anni finiamo anche per farcene una ragione. Ma quando ci ricaschiamo, o vediamo altri farlo, qualcosa dentro di noi si muove e pensa a quanto siamo stupidi e malaccorti tante volte.
  48. Cercano, uomini, donne, libertà, indipendenza, ma viene il momento che, da soli, non ce la fanno.
  49. È o dovrebbe o potrebbe essere un processo continuo di vaglio, cernita, messa a punto, ridefinizione, cambio, ritorno sui propri passi e ancora scarto, ribaltamento e scatto in avanti. Molto più spesso è solo un cercare e cercare.
  50. Indietreggiare, rallentare, allontanarsi: per avere una visione d’insieme migliore – e godere di uno stato d’animo più sereno.
  51. Scrivere, che sia un impegno serio o un ingenuo passatempo, è anche – o soprattutto – un modo di cercare conforto, in fondo. Come leggere o ascoltare musica o andare a vedere un film al cinema, del resto.
  52. Non sono tutte belle le cose che pensiamo, diciamo, scriviamo (di quelle che facciamo, nemmeno a parlarne). Per quanta attenzione ci mettiamo, per quanta autocensura ci imponiamo, seminiamo tali eminenti brutture che solo a riconsiderarle, a distanza di tempo, inorridiamo.
  53. Rispondere, rispondere subito, se necessario rispondere anche per le rime, anche senza andare troppo per il sottile, ma rispondere. Se non rispondi, se fai passare del tempo, significa che in realtà non te ne importa (più) niente; peggio, che hai paura e vuoi così evitare il confronto o lo scontro, nel qual caso hai già perso in partenza, non sei fatto per quel gioco. Non che si debba sempre ribattere colpo su colpo e all’istante: a volte passare sopra a qualche episodio o parola piacevole è anzi preferibile, può denotare maturità e forse anche superiorità; altre volte è magari più fruttuoso replicare velenosamente quando l’interlocutore meno se l’aspetta (pur correndo così il rischio di compromettere del tutto la situazione). Ma come regola generale, mai far passare troppo tempo e mai essere troppo remissivo o accondiscendente. Se possibile, condurre il gioco, muovere per primo e mai chiudersi da sé in un angolo (che equivale a ritenere chiusa l’esperienza o non più degna delle proprie energie migliori).
  54. Quella volta, dopo uno dei frequenti e semiburrascosi commiati pubblici da una mailing list dove avevi il brutto vizio di intervenire a iosa (ma non più di tanto a sproposito), che una collega (con la quale poco prima avevi avuto un piccolo diverbio) ti scrisse in privato invitandoti a ritornare sulla tua decisione: «Non ti conosco, ti ho visto di sfuggita a [xxx], ma mi chiedo: non è che ti sei reso conto di quanto piacere ti facesse essere in [yyy], e hai voluto privartene a bella posta, forse per autopunizione?». Non aveva tutti i torti; anzi, aveva sicuramente ragione (tant’è che presto saresti rientrato puntualmente in lista, dapprima conservando un moderato silenzio, ma poco più in là riprendendo a scrivere a spron battuto, fino al picco di visibilità – e, forse, anche discutibile popolarità – raggiunto con una certa lettera aperta ai giornali). Ma nemmeno tu avevi tutti i torti nel voler adottare questa “autopunizione”, ben sapendo che in certi casi è l’unica maniera di autocontrollarsi ed evitare che a un massimo di net-loquacità (insostenibile) di colpo faccia seguito un massimo di net-silenzio (opprimente).
  55. Il silenzio, il silenzio… un uso – e consumo – più parco delle parole, please! Parrebbe una richiesta e una decisione semplice da ottemperare; nel mondo di oggi, invece, è delle più indicibilmente difficili. Hai così voglia ad annunciare in rete che «dopo il frastuono del di tutto e di più… il silenzio… per qualche settimana mi propongo di staccare totalmente da qui». Basta infatti il minimo cedimento rispetto alla volontà dichiarata di stare un poco più raccolti e quieti – una cortesia, una celia – e una valanga di parole è lì pronta a riversarsi su di noi o a uscire da noi. Il silenzio, perciò, questo miraggio oggidì, questa mèta spesso irraggiungibile, per quanto desiderata o desiderabile, per conseguire la quale bisogna essere decisi a rinunciare a molto, dando allo stesso tempo prova della massima indifferenza e del massimo egoismo. Il silenzio, insomma, che spinto all’estremo non è nemmeno tutto questo gran splendore, ma in tante occasioni ci attrae potentemente e ci trasporta via, finendo al dunque per rigenerarci.
  56. Quando si crea uno strappo serio e quando le parole che si dicono – per meglio dire, si scrivono – sono più che meditate e non dettate da un raptus improvviso, è chiaro, non ci sono più i margini per riannodare una storia. Da eterni romantici, magari ci proviamo pure – una, due, tre volte – benché senza alcuna convinzione. Cerchiamo giusto quell’ultima conferma che, sì, avevamo inequivocabilmente ragione a pensarla in un certo modo. E dopo le lacrime, la forza per sussurrare: Ma va in mona!
  57. Certi giorni, dopo un valzer di luoghi, volti, voci, rumori, colori, emozioni, umori, parole dette e parole taciute, il corpo non si vuole muovere, la mente desidera stare spenta. Da lì un bisogno insopprimibile di stare fermi e isolati al massimo grado. Tappare le orecchie e oscurare schermi e finestre. Neutralizzare le interferenze esterne per ritrovare calma e concentrazione.
  58. Sono irrimediabilmente inquinate le nostre menti dall’immondezzaio del quotidiano mediatizzato. Per disintossicarle e ritrovare una parvenza di ordinario aplomb, ci vuole uno sforzo poderoso, un impeto di volontà quasi sovrumano. Beato chi tutto ignora e passa oltre.
  59. In linea generale, funzioniamo molto al di sotto delle nostre capacità, come mente e come corpo. Con il giusto allenamento, l’una e l’altro possono fare miracoli. Non adeguatamente sollecitati e usati, entrambi cedono.
  60. Resistere alla tentazione del frammento, oggi, della frantumazione. Per provare a ricompattare, rimettere insieme, trovare una sintesi.
  61. Ognuno di noi cerca, ciascuno a suo modo, una maniera di esistere, ora in tono maggiore ora in tono minore, tale che non ci si debba rammaricare, un giorno sì e l’altro pure, di essere al mondo.
  62. Giorni malati, quando non sai dire se sia bello o sia brutto, e resti a letto fino a tardi, pur sveglio da presto, e tormenti le lenzuola in un protratto gira e rivolta, un piede su e uno giù, e alla fine ti rannicchi e stringi il cuscino, gli scuri semichiusi o le tapparelle abbassate, filtra un po’ di luce ma è troppo scarsa, e tristemente pensi a come ognuno di noi sia solo, ognuno con il suo proprio spazio, con la sua stanza o casa tutta per sé, e la caterva di brillanti conoscenze e i mille giri indipendenti e le centinaia di amici sparsi per il mondo, ma di fondo solo, al dunque in balia di eventi più grandi di sé, in un mondo che non sai dire se sia bello o sia brutto, di sicuro vive giorni malati, e tu/noi con esso.
  63. C’è un bambino irriducibile dentro di noi che si ostina a tirare molto tardi per non altro motivo che assistere in diretta alla metamorfosi di una fitta pioggerellina mista a nevischio in neve copiosa. Ed è sempre quel bambino incorreggibile dentro di noi che al mattino, con la neve ancora esitante ai piedi della montagna, continua ad affacciarsi di fuori, quasi eccitandosi ai primi veri fiocchi dal cielo. Chissà invece chi sarà, il bambino o l’adulto, che, perdendosi in un desiderio acuto di neve e nei soavi ricordi di nevicate storiche, sa di non venire a capo di nulla così bellamente imbambolato, ma non se ne duole troppo.
  64. Quel pomeriggio ebbe una nuova conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno: le giornate di pioggia, specie se stentata, lo rendevano di umore nero, apatico e assente. Alle volte nemmeno una musica, nemmeno una pagina scritta, nemmeno una voce amica erano di grande conforto, capaci di riscaldarle e riscattarle. Allora se ne stava lì, nella sommessa attesa che il momento affranto svaporasse, poi pazientemente rimetteva mano al lavoro, per quanto stanco. Stanco di interpretare e impersonare a ripetizione voci non sue, di diventare un altro e subito dopo un altro ancora, la sua voce silente. In qualche modo, però, doveva scuotersi e venir via da quella condizione ricorrente di malinconia e svogliatezza, che lo portava alternativamente a distrarsi senza posa o ad astrarsi senza motivo. Un momento intento a seguire ossessivamente gli ultimi aggiornamenti dalla rete, quello successivo preso dai ricordi vacui di che cosa faceva, pensava, leggeva o scriveva anni prima. E questo malgrado da tempo si fosse ripromesso di non ricadere più nelle nebbie del passato, e nemmeno lasciarsi imbrigliare nella morsa asfissiante di un presente da poco, per provare invece a recuperare almeno una dimensione minima di progettualità futura.
  65. Quell’inizio contrastato dell’estate 2010 decise che non era modo. Come vent’anni prima si giocavano i mondiali di calcio, allora in casa, in Italia, adesso per la prima volta nel continente africano, in Sudafrica. Come allora, non gli interessavano granché, era quasi tentato di tifare contro, di veder uscire presto quella nazionale senza qualità e senza carattere. Come allora, il paese viveva una fase terminale, agonica, l’epilogo ora comico ora tragico ora semplicemente insulso di un suo preciso momento storico, su di cui molti si chiedevano come fosse mai potuto accadere, ma molti di più erano quelli ai quali era andato bene, perciò ora non si curavano delle sue bieche derive. Come allora, molto e molti gli stavano venendo a noia, lo irritavano o non gli davano chissà quale soddisfazione. Come allora, aveva una gran voglia di far niente. Diversamente da allora, doveva però fare, aveva delle responsabilità e non poteva più lasciarsi risucchiare dal niente-vuoto tentatore. Decise così che era tempo di invecchiare, senza che ciò volesse dire diventare decrepito, tutt’altro. Dove era mai scritto, del resto, che a quarant’anni suonati ci si potesse ancora definire giovani? E non era forse quella – il voler sentirsi eternamente giovani, malgrado l’anagrafe; il non voler ammettere che gli anni passano ed esigono perciò un conseguentemente adattamento – la malattia che stava rendendo ridicolo il paese e – sì sì, lui sì – più che decrepito? Sì, decise che era così…
  66. E nulla te lo toglie dalla testa: è lì, proprio lì, in quegli ultimissimi anni ottanta, quando tutto si è rimesso vorticosamente in moto, che avremmo potuto/dovuto compiere un grande balzo in avanti e approdare da subito a una nuova dimensione, più in linea con il mondo intorno a noi. E invece è lì, proprio lì, che è mancato qualcosa, che abbiamo scontato tutto il ritardo che avevamo e, anziché correre sciolti e spediti, ci siamo ritrovati fermi, impantanati, bloccati. (Negli anni successivi saremmo anche riusciti – con grande fatica – a tirarci fuori da quella palude, riprendendo – ora con maggiore, ora con minore tenacia ed efficacia – la nostra marcia, ma quanto dispendio di energie – fisiche e mentali – e quante gioie e soddisfazioni perse e negate. E, ancora, quanti errori e quanti altri inopinati punti di arresto.)
  67. Una grande fragilità: ti sembra essere questo un tratto che unisce tanta parte di chi è nato dalla seconda metà degli anni sessanta a – grosso modo – i due terzi dei settanta, vale dire chi ha vissuto almeno qualche anno della propria adolescenza negli anni ottanta. Fragilità declinata, tra le tante cose, come emotività, frammentarietà, dispersività, labilità e, va da sé, precarietà, tutte ad alti livelli. Fragilità che esteriormente magari si riesce pure a mascherare, dietro una corazza di apparente sicurezza e tutta una serie di dissimulazioni più o meno riuscite, ma che al fondo permane, inestinguibile.
  68. Ti irridevano, se non insultavano, anni fa, molti tuoi coetanei, o giù di lì, quando dicevi, molto sicuro di te, a tratti arrogante, che i più giovani di noi, noi allora trenta-quarantenni, arrivati già adulti a internet, e spesso tardi e per vie molto traverse anche al nostro mestiere, avevano una marcia in più di noi, ed erano loro il futuro, non noi, noi eterni indecisi o pretenziosi a oltranza, generazione x o peggio ancora. A posteriori credi di poter dire che non ti sbagliavi. Anzi, ogni giorno che passa la tua diagnosi di allora ti appare sempre più corretta. Per quanto, non che tutto ciò fatto dai più giovani sia esaltante e memorabile; né che tutto ciò fatto dai più adulti sia da buttare e scordare.
  69. Che cosa distingue un passato passato da un passato che è ancora presente? Un passato è passato se nulla nella vita quotidiana, nemmeno un fuggevole pensiero, più ci lega ai suoi modi di essere e di fare; è ancora presente se ogni giorno qualcosa, tanto o poco che sia, ci riporta alle sue atmosfere, ai suoi umori, alle sue contingenze e vicissitudini.
  70. Un classico: quando non sai bene cosa fare di te, ripeschi a piene mani nel passato.
  71. Ha un retrogusto amaro gennaio, il sapore di una lunga convalescenza. Per questo concilia forse la lettura, lo stare distesi, in casa. Così dicevi nel gennaio 2010. Tre anni dopo confermi, aggiungendo che senza neve è un mese ancora più fiacco e inerte, ancora più sospeso e interlocutorio, tutto da (ri)letture, (ri)scritture, (ri)ascolti e (ri)pensamenti. Insomma, l’ideale per (ri)illuderci che da un anno all’altro non cambi mai nulla. Nulla di significativo, profondo, drastico, irreversibile. Proprio così, no?
  72. Leggendo, leggendo, la mente a volte s’inceppa e scricchiola, poi piano riprende il flusso.
  73. Repentine, spiazzanti accelerazioni poi lievi, pacati colpi di freno e… suadente, religioso silenzio.
  74. Absent-minded. Sweet cathartic silence, with distorted guitar sounds.
  75. Il poco tempo che ci è dato di esistere troppo spesso fugge via colpevolmente senza quasi neanche accorgersene di quanto sia incommensurabile essere.
  76. Qualcosa di noi sempre ci sfugge.
  77. Fuggevole l’estate della vita, fuggevole l’andare, fuggevole l’essere qui.
  78. Questi convulsi anni in rete… non che alla fine si salvi molto… un po’ come tutto il resto.
  79. Eravamo isolati, la rete ci ha avvicinati e uniti, poi, per mancanza troppo spesso di un contatto diretto, a fasi alterne ci ha anche rinchiusi, rabbiosi, in noi stessi.
  80. Again and again, what a terrific waste of time all this browsing and searching and quoting and linking.
  81. C’è un limite alle parole, al numero delle parole che la mente può gestire ogni giorno ascoltando, parlando, leggendo, scrivendo, traducendo. Sopra ogni altra cosa, scrivendo e traducendo. Così, volta per volta, una componente linguistica sottrae spazio all’altra, depotenzia e squilibra l’altra.
  82. Ti accorgi, col tempo, che dire di no, anche a fronte di una richiesta praticamente impossibile da soddisfare, ha sempre un risvolto per qualche verso negativo. Dicendo di sì crei un rapporto – lavorativo, affettivo, d’amicizia ecc. – o gli dai modo di rinsaldarsi. Dicendo di no lo raffreddi, lo blocchi sul nascere o non gli permetti di evolvere; lasci intendere che non vuoi investirci sopra o, comunque, non più di tanto, ovvero senza sacrificare nulla di significativo; in altre parole, fai capire che hai altre priorità. E pur essendoci modi e modi di dire di no, all’atto pratico quel diniego ha sempre un suo costo: un diradarsi dei contatti, un (ri)allontanarsi, un tornare a ignorarsi.
  83. Dimenticare e dimenticarsi, e riscoprire l’infinita bellezza che è intorno.
  84. Regolarità e costanza: anche di poco, quando non gira, ma ogni giorno bisogna portarsi avanti.
  85. È faticoso, ma alla fine una regola bisogna pur darsela. Alla fine.
  86. L’ossessione è di quelle dure a morire: rivedere, ritoccare, correggere, prima aggiungere, poi tagliare, cancellare o spostare. Arrivare alla giusta misura.
  87. Di quiete è ricolma la sera, di silenzio e di assenza.
  88. Un po’ come noi, le tracce sulla neve, di qua e di là, di vita breve, storie da dipanare.
  89. I dettagli sono tutto, ha detto e scritto più di qualcuno, e c’è da credergli. La natura, per conto suo, lo sa e mette in pratica da sempre, e noi possiamo solo restarne ammirati.
  90. È quello che non sai che può crearti un fremito vivo. Quello che già sai uccide in partenza ogni entusiasmo, ogni poesia, ogni stupore. La verità è che abbiamo fame di imprevisti, di cambiamenti magari dell’ultimo momento; meno di previsioni certe, puntualmente verificate.
  91. Perso lo smalto, perso lo slancio, perso l’afflato, perso l’incanto. Persi il bisogno, l’ingegno, il ritegno; rimasti l’indegno e lo sdegno.
  92. Non c’è quasi più niente, / più niente che funzioni. / Stiamo andando a rotoloni. // Nell’ex paese risplendente / un vero branco di pecoroni / mentecatti intrallazzoni. // Da non credere un bel niente / quando parlano sti zozzoni, / sapienti dei miei coglioni.
  93. Iniziare a detestare tante, troppe cose, ed essere molto meno concilianti di un tempo, ribaltando l’idea che con l’età si diventi più tolleranti.
  94. Accumulare grande rabbia nella testa, e di riflesso nel corpo, non è mai un bene, non rende mai orgogliosi e felici di sé. Ma è quello che spesso ispirano i tempi.
  95. Essere proprio messi male finendo sempre più di frequente per avere nostalgia di persone e cose di tempi in cui già eravamo messi male.
  96. Verrà quel giorno – o magari già è stato – in cui ci diremo che non c’abbiamo mai capito un ciufolo nella vita. E sarà quel che sarà.
  97. L’impressione ricorrente di avere in tanti, troppi, buttato gli anni migliori della vita – e forse di tutta la storia – collezionisti spesso di piaceri mediocri e lamentazioni stucchevoli.
  98. Possiamo e sappiamo lamentarci à gogo, mettendoci a esaminare con estremo puntiglio tutto quello che non va nella nostra vita, nel nostro paese e in generale nel mondo. Epperò, pensandoci meglio, a quanti momenti storici, a quante piccole e grandi rivoluzioni abbiamo avuto la ventura di assistere nel giro di trenta, quarant’anni. Solo dall’89 in poi, è successo di tutto e di più. Non sempre in meglio o in modo indolore, è chiaro; ma dire che siano stati anni scialbi e noiosi, privi completamente di fascino, sarebbe dire una bestemmia.
  99. Però, che senso di sconfitta – accanto alla nausea – ritrovarsi vent’anni dopo né più né meno (in realtà, per tanti aspetti peggio) che nelle condizioni di crisi politico-istituzionale-economico-sociale-culturale (e forse anche individuale) e nel clima generale di incertezza e confusione di un periodo che (somma illusione!) credevamo di esserci lasciati alle spalle. Con l’aggravante che se a 20-30 anni sei ancora nel pieno delle energie e degli slanci entusiastici, a 40-50 cominci a essere quasi solo un pieno di acciacchi, problemi, abbattimenti; perciò, molto meno disposto a chiudere un occhio e pensare che sì, ci vorrà tempo, ma in un modo o nell’altro la situazione si sistemerà. No, non è più il decennio – gli anni novanta – del “in qualche modo”. Né è più il tempo in cui bastava rifugiarsi in qualche brano musicale per alleggerire un po’ la testa dal tetro umore. Bisognerebbe prenderne atto e agire di conseguenza.
  100. Un decennio sull’altalena, gli anni zero, molti successi e molti fallimenti, alti e bassi clamorosi, sogni/speranze e illusioni/delusioni in quantità industriale, tutto alla nefasta insegna di una precarietà ubiquitaria e contundente, qua e là paralizzante. E trovare una classica via di mezzo, rinunciare a qualche picco ed evitare di riflesso più di un tonfo, no? Potrebbe essere la sfida degli anni dieci: assestarsi su livelli intermedi, accettando la mediocritas in noi. O, viceversa, continuare a ogni costo a cercare l’optimum, con tutti i rischi del caso? Facciamo così: una optima mediocritas e non se ne parli più.
  101. Spesso, quel nostro essere (stati) adolescenti fuori – ma molto fuori – dal tempo massimo, nella vita reale, quasi solo perché, da non nativi digitali, a tutti gli effetti pratici ancora adolescenti in quella virtuale.
  102. Mutanti con gli occhi pieni di lacrime al ricordo del mondo della nostra infanzia ma, volenti o nolenti, calati in tutto e per tutto nella realtà di oggi. Piuttosto schizofrenici, di conseguenza.
  103. È vero che l’innovazione si produce tendenzialmente al confine tra ordine e caos. Ma che equilibrismo che è richiesto.
  104. Tenere insieme presente, passato, futuro, in un gran frullato dispensatore di fermenti vitali: un’impresa! A vuoto?
  105. Nel bilancio tra vecchio e nuovo, grandi guadagni, grandi perdite, grande e disarmante indeterminatezza.
  106. È quello che è / il tempo che si vive / è quel che si fa  – per resistere, per non soccombere, per ribaltare le situazioni, spiazzando e cambiando.
  107. Il tenace attaccamento interiore, istintivo, al di là di ogni nostra avversione razionale e dichiarata, alle realtà in cui nasciamo e cresciamo e viviamo.
  108. Mai vergognarsi delle proprie origini. Può esserci stato – come c’è stato – molto di iniquo e sbagliato nel nostro passato, ma di solito c’è anche molto di valido, capace almeno in parte di fare da guida per il presente e per il futuro, specie nei momenti di maggiore criticità, quando è più evidente che di errori ne commettiamo e ne commetteremo sempre, soprattutto in preda alla cieca presunzione di essere assolutamente migliori di chi è venuto prima di noi, quando di rado è così.
  109. Portare a spasso il cane la domenica mattina, salire sulla collina dietro casa, girargli intorno, ridiscenderne. Più di ogni altra cosa, anche più del cemento e dell’asfalto e del vetro e dell’alluminio e del ferro avanzati e avanzanti da ogni parte, colpiscono i casali diruti, i campi abbandonati e già riconquistati dagli arbusti spinosi o comunque testimonianza di un pressappochismo e un’incuria diffusi. Il paesaggio è bello, a momenti da cartolina; ma a guardarsi intorno con più attenzione, a fissarsi su questo o quel particolare, non dà vera letizia. Tornassero i vecchi che su queste terre hanno sputato sudore e sangue, viene da pensare, ci prenderebbero a calci nel culo, uno a uno, da qui all’eternità.
  110. È nella natura delle cose, lo è sempre stata, è la realtà dell’evoluzione, del tempo che passa e lascia il suo segno, cancellando progressivamente i nostri, che anche la migliore costruzione mostri negli anni le sue crepe e subisca un processo ineluttabile di disfacimento e finale rovina. Un processo all’inizio lento e impercettibile; poi sempre più veloce e vistoso, soprattutto se la costruzione è abbandonata a se stessa, senza più cure, senza più nessuno che la viva, più nessuno che le infonda nuova vita, la rinnovi, nel caso la demolisca e la ricostruisca ex novo, su nuove basi, tanto per prolungare un po’ di più l’illusione di poter durare nel tempo.
  111. Sei ombelicale, dice. Come tutti oggidì. Pensa per te, dice.
  112. Si può dire che il tuo modo di fare, pensare e soprattutto scrivere sia “per agglutinamento”? Tendenzialmente sì. A volte, eccessivamente.
  113. C’è il frullato tecnologico e il richiamo geologico, la natura rurale e la deriva culturale, il desiderio di andare e la smania di tornare, l’introversione e l’esibizione, l’apnea e la logorrea, l’euforia e la nevrastenia, la svogliataggine e la testardaggine. Ma un colpo al cerchio e uno alla doga, per male che vada non si soggioga.
  114. Tutti questi mirabolanti modi di comunicare e tenerci sempre in contatto, quando magari trascuriamo totalmente chi è più vicino a noi.
  115. Vita moderna: sapere un mondo di cose dal mondo e del mondo, e quasi niente su gioie e dolori – dolori, soprattutto – del mondo a due passi da te.
  116. Una crescente offerta di news, ma la vera news forse è che stiamo diventando saturi di news e tutto ci scorre addosso senza fare più grande presa.
  117. Perché dev’essere così difficile, oggi, far seguire alle parole i fatti, che tante volte potrebbero ridursi a un meditativo e alacre silenzio, con il vantaggio di non incrementare il già cospicuo e debilitante rumore di fondo?
  118. Alto il rischio con la rete, pur procedendo con il freno a mano tirato, di finire presto in una sorta di frullatore, più o meno rumoroso e impazzito. Epperò, quando alla fine stacchi la spina a questo frullatore, se è vero che ritrovi forse una dimensione più raccolta e pacifica, è innegabile che ti viene a mancare più di qualcosa; c’è tanto che va perso a livello di espressione-comunicazione-interazione. E almeno nell’immediato, alto è anche il rischio di ritrovarti spento e apatico o smarrito.
  119. Per necessità e per scelta, ogni tanto, ma sempre troppo poco, troppo brevemente, una pausa silente.
  120. Reimparare, nelle pause, a riposare il cervello, contemplando.
  121. Una settimana lontano dal pc, tra olivi, olive, verdi prati, boschi colorati e campi arati, e vedi che tra questo e quello proprio non ce n’è.
  122. Quel mezzo scoramento quando scema la luce. Poi passa, ma in quel mentre ci si sente più soli e inermi.
  123. Lo stordimento delle feste, come non bastasse lo stordimento abituale del troppo che ci alletta o ci indigna o ci reclama.
  124. Non odi il Natale, no. Odi chi (te incluso, dunque) lo ha fatto diventare come è oggi: commerciale al massimo; un trionfo dello spreco e dell’esibizione; tutta una corsa e una fila senza senso; invivibile e inservibile, di fondo. A pensarci bene, lo stesso potresti dire per quasi ogni altro periodo dell’anno, se non quasi ogni aspetto della vita. Solo che a Natale, e in generale sotto le grandi feste, tutto questo si amplifica e di conseguenza il malessere e gli sbalzi di umore e il veleno interiore aumentano a livelli esponenziali.
  125. L’eterna fascinazione per la neve, per un mondo che si ricopre di una patina di bianco e per qualche momento dà l’impressione di essere incantato, oltre che lindo. Solo per qualche momento, purtroppo, perché la realtà impiega sempre poco a reimporre il suo lato “sporco”.
  126. Quella sensazione di tempo marcio che guasta in un niente i migliori propositi di essere o mostrarsi allegri e ottimisti.
  127. Poi, dopo un giorno, anche il peggior fondo di malessere improvvisamente ridestato comincia a ridepositarsi, facendo tornare le acque chiare.
  128. Probbia vere: rerrèsce na sperella de sole e sembra tutte naddre munne.
  129. Il sole che ravviva le membra poltrite, la mente sfibrata.
  130. Lungo la linea del mare si distende lo sguardo, si riprende l’umore.
  131. Non hai nulla contro il mare; ti piace anche, per la verità. Ti piacciono cioè l’acqua, la spiaggia, gli scogli, la possibilità di perderti con lo sguardo verso un orizzonte sgombro e lasciare vagare il pensiero, anzi acquietarlo, in ascolto delle brezze e dei flutti. La vita e le attività umane che però si addensano nelle prossimità del mare, verso le foci dei fiumi e più in generale lungo le strade rivierasche, quelle no: non le senti tue quasi per niente. Devi così riaddentrarti nell’entroterra, vedere diradarsi case e capannoni e parcheggi e strade (sempre più un pio desiderio, con l’attuale ritmo di cementificazione, ubiquitaria, indiscriminata, che non risparmia niente, nemmeno i più bei luoghi del cuore, ligia solo alla legge del portafoglio, anche a rischio di vedere andare in fumo gli investimenti allo scoppio di una prevedibilissima bolla) e avvicinarsi colline e montagne, per poter sentirti un minimo a casa. Anche se “casa” è una parola grossa. Perché, ora qui e ora là, più avanziamo negli anni e meno ci sentiamo davvero a casa in un posto, in qualcosa. Alla fine l’unica vera casa che sentiamo di abitare sono forse le nostre esitanti parole o, all’opposto, i nostri inquieti silenzi.
  132. Fissiamo il mondo in immagini mentre la vita ci scorre via, mentre il senso di quello che facciamo è ogni giorno più labile. Adoriamo gli spazi aperti e ariosi ma ci richiudiamo in cubicoli asfissianti. E senza più la visionarietà, l’audacia e la tenacia per accingerci a opere degne di futuri ricordi, impieghiamo le poche ore in cui possiamo dirci vagamente felici a ripercorrere i luoghi di antiche e spesso più sofferte ma anche più emozionanti, più vive memorie. Ultramoderni, finiamo per trovare vero sollievo e conforto solo adagiati su un prato o una spiaggia, le mani a sfiorare pietre vetuste, gli occhi rivolti lontano o socchiusi, sognanti.
  133. Lo capisci, no? Viviamo di ricordi. E non va bene. Perché quando cominciamo a vivere quasi soltanto di ricordi è il segno che abbiamo ormai abdicato al presente, abdicato al futuro. Abbiamo perso ogni volontà attuativa e ogni capacità immaginativa. Viviamo suppergiù di rendita. Ma nessuna rendita dura in eterno.
  134. Quand’è che è successo? Quand’è che abbiamo smesso di appassionarci ed entusiasmarci seriamente per qualcuno o qualcosa? Quand’è che di fatto abbiamo abdicato al futuro, adagiati sul presente o il passato e da questi in pratica paralizzati? Quand’è che insomma non abbiamo più trovato dentro e fuori di noi gli stimoli giusti per non evadere dal nostro bisogno di sentirci vivi esprimendo e producendo vita e non meri simulacri di vita? Quando? E come? E perché? E perché mai questo non potrebbe o dovrebbe cambiare?
  135. La paura di portarci dietro per sempre l’umore legato alla musica più amata nei nostri vent’anni.
  136. Di vent’anni in vent’anni le situazioni e le atmosfere non sono mai esattamente uguali, ma si somigliano parecchio, rimandando le une alle altre. E così gli umori che ne nascono e le pose, le mode, i movimenti, i suoni e le parole che ne sprigionano. Di vent’anni in vent’anni molto insomma si ripete, rilanciando, riattualizzando, rimescolando. Di vent’anni in vent’anni siamo diversi e uguali allo stesso tempo.
  137. Alle volte sì / ci pare di capire / se stiamo bene.
  138. Quel amour le printemps, de la montagne à la mer, le soleil que brille.
  139. Alle cinque del pomeriggio di una radiosa giornata di lavori all’aperto sentire il bisogno di rifocillarsi inzuppando del pane nel vino cotto. Vous ne pouvez imaginer quelle madeleine !
  140. Dacci oggi il nostro sole quotidiano – e poco alla volta il malumore forse scivola via; poco alla volta uno spirito vitale torna forse a rianimare esistenze fiaccate, provate da un clima economico, politico, sociale, culturale, ambientale già da qualche stagione più che lacero, guasto.
  141. Il segreto per conseguire un obiettivo importante è… cominciare. Cominciare ogni giorno a dedicargli qualche mezz’ora del tuo tempo, all’inizio anche una soltanto. Poi, gradualmente, viene tutto da sé, avendo la bontà di perseverare in quanto stai facendo senza concederti pause e distrazioni troppo ripetute e prolungate. La convinzione di essere sulla strada giusta viene dopo, e può anche non esserci mai.
  142. Rimandiamo sempre le grandi pulizie (esteriori e interiori), sapendo che una volta iniziato non ne verremo a capo per lungo tempo. Alla fine di un radicale riordino, però, cominciamo a mettere a fuoco un po’ meglio tutta una serie di situazioni. Magari, ci capita anche di capire qualcosa di più su di noi, gli invidiabili punti di forza così come le micidiali palle al piede.
  143. Perseguire un giusto mix di alto e di basso, senza mai fissarsi né con l’uno né con l’altro, semmai alternandoli. E se qualcosa è proprio da rifuggire, forse è una costante, banale quanto sterile, medietas.
  144. Più facile smettere o più facile continuare? Più facile esitare.
  145. I pezzi, i pezzi. Non siamo pazzi – ancora non del tutto – ma i pezzi del puzzle che è la vita non cessano mai di aumentare, finché c’è vita. Qualcuno trova subito l’incastro giusto, colmando un vuoto e perfezionando il quadro; altri devono aspettare che il quotidiano lavoro d’intarsio ne produca di nuovi.
  146. Tutti scriviamo oggi, pur non sapendo che cosa.
  147. E succede che scrivo, quando non scarabocchio, / o che leggo rapito, se non mi impapocchio. / Via dal ludico schermo riaffiora il respiro, / dentro di me è un pacato sospiro. / Sono momenti di calma dentro alla stanza, / fin quando non scatta l’idea di una danza. / Faccio a meno di te non più che del tè, / solo il pensiero è alla vita che è.
  148. Ci mettiamo anni, se abbiamo una fortuna straordinaria, a capirci qualcosa. Potremmo anche illuderci di capire. Potremmo anche non farlo mai.
  149. Lasciarci dietro il passato: come è difficile, quando la nostra è molto spesso una vera coazione a ripetere. Edward Dahlberg direbbe, per il tramite di Rodolfo Wilcock: «il fatto è che l’uomo viaggia da un letto all’altro solo per trovare una donna identica a quella che ha abbandonato. Se per caso è abituato a sessanta chili di carne, ed è stato irrazionale abbastanza da supporre che una maggiore quantità di pelle gli avrebbe dato più piacere, si troverà a morire dalla fame davanti a un corpo di novanta chili».
  150. L’importanza di avere un’agenda, andavi dicendo e scrivendo. L’importanza anche di tenere un diario (o se vogliamo un blog) e annotare via via le impressioni immediate sulle situazioni del momento. L’importanza anche di tornarci su, a distanza di tempo, e ripercorrere e rileggere retrospettivamente quei mesi, quegli anni. Il giudizio che se ne ricavava poteva essere cocente, ma era un’operazione necessaria. Era necessario riflettere sul proprio passato, più e meno recente. Per noi italiani era in particolare necessario riflettere a fondo sugli ultimi venti-trent’anni della nostra storia nazionale. Se non volevamo infierire troppo su di noi, dovevamo farlo almeno sugli ultimi dieci anni. Quello che poteva venir fuori era, come nel nuovo libro dello storico Guido Crainz, il «diario di un naufragio». Sconsolante forse, ma toccava farci i conti. Perché «se una nuova partenza [era] possibile, [poteva] avvenire solo da qui».
  151. E la pioggia e la pioggia, / e la pioggia che scende / sul nostro essere ammollo. / E la pioggia e la pioggia, / e il ricatto del tempo. / E la pioggia e la pioggia, / e i disastri dei tempi. / E la pioggia e la pioggia, / e il mai esser contenti.
  152. Avoja a di’, quanne ce sta lu sole è tutte naddre munne.
  153. È la velocità di tutto che ci uccide (anche più della nostra infinita irresolutezza). Ci uccide la frenesia. Ci uccidono le (brutte e belle) notizie a ciclo continuo. Ci uccidono la frantumazione, la disgregazione, il nostro essere sempre di più atomi liberi, sciolti, non legati all’interno di qualche molecola. Nel nostro profondo aneliamo all’aggregazione, ma ci siamo così crogiolati nella libertà incondizionata (che ci pareva celasse chissà quale paradiso, a fronte delle prigioni e delle trappole nelle quali ci sembrava di stare immobilizzati) da non esserne più capaci, da non essere più disposti a sacrificare qualcosa di noi per un bene superiore.
  154. E il non sapere, se non raramente, tener fede a quella che invece dovrebbe essere una regola ferrea: mai investire – soldi, ma anche tempo ed energie – in settori che non siano il proprio, lavorativo o vocazionale, nemmeno nell’evenienza di potenziali ricadute positive; concentrare l’impegno diretto quanto più nel proprio campo, e qui sì senza il braccino corto; dedicarsi a tutto il resto solo per spasso o come fonte di spunti e idee utili, ma sempre con avveduta morigeratezza. Le persone davvero di successo lo sanno e lo fanno; le altre molto meno. Questo a prescindere dal fatto che sono gli incontri che facciamo – siano persone, siano interessi, amori, passioni – a decidere della nostra vita.
  155. Pochi di noi hanno in dote dalla natura un talento smisurato. E anche chi ne è baciato, senza esercizio e disciplina non fa molta strada. C’è poi che possiede un talento minuto, limitato, ma con impegno e passione riesce a farlo rendere al massimo grado.
  156. Una certa aridità di cuore e anche una assai poco accattivante dose di noia devono per forza di cose accompagnare chi è impegnato “anema e core” a perseguire i propri sforzi, lavorativi e di vita. Non si realizza qualcosa senza sacrificarne qualcun’altra.
  157. Come era cambiata l’Italia nel 2013, si domandava. Da disincantata e mediamente avvilita a esaurita e quanto più sfinita, si rispondeva. Urgeva cura ricostituente, previo passaggio in sanatorio.
  158. Dormire non gli riusciva più tanto bene, no. Non quando ci si metteva di mezzo il disastro della politica e dell’Italia. Nemmeno pensare troppo bene gli riusciva più, probabilmente. Ma di andare a farsi qualche vasca in piscina forse sì, di questo poteva essere ancora capace. Spegneva tutto e scappava in città, allora, ché ne aveva bisogno, ché anche delle sue parole al passato era più che stufo.
  159. Con un ritardo di trent’anni, ma, fatte fuori gran parte delle incrostazioni del passato con un vero “elettrochoc”, forse si poteva finalmente dire, anche in Italia: benvenuti al futuro, con le sorprese e i sussulti che questo avrebbe elargito.
  160. La violenza delle immagini, la violenza dei suoni e anche la violenza delle parole (sugli schermi, sui giornali, nelle aule dei parlamenti, negli stadi, nei bar, nelle strade, nelle piazze reali come in quelle virtuali, e pure dentro le nostre case, in realtà dentro quasi ognuno di noi): è un dato che emerge con particolare e preoccupante evidenza come le forme espressive violente siano (ri)cresciute in questi anni. C’è da interrogarsi. C’è da moderarsi. C’è da riprendere a funzionare con più assennatezza.
  161. Schizzati i sentimenti nostri, senza più filtri, senza più freni. Esagitati, incazzati, disperati, disincantati, avviliti, esaltati, esibizionisti, saccenti, anime belle, depressi, alienati. Nella pubblica piazza non guadagniamo a far mostra di noi. Più spesso siam fessi, più spesso siam lessi, più spesso siam genuflessi a istinti irriflessi.
  162. Ci ha risolto diversi problemi il digitale, è innegabile. Come quasi tutte le innovazioni, però, pensi che ce ne abbia anche creato altrettanti, se non di più. In particolare, non reggiamo troppo bene alla sua velocità. Mezzi più “lenti” ci sono forse più congeniali, permettono una maggiore sedimentazione delle notizie, delle storie, dei concetti; il cervello non si surriscalda in un nulla, quindi sostanzialmente funziona meglio. Questo secondo te, secondo la tua esperienza diretta; per altri può valere senz’altro il contrario.
  163. Se ci si pensa, è questa la situazione di oggi: abbiamo il “condimento”, abbiamo l’“olio”, anche buono, anche superlativo, ma comincia a scarseggiare o a essere parecchio indigesto il “pane” a cui abbinarlo. E soltanto con l’olio, ma senza il pane, ci si fa poco.
  164. Manca il “pane” ogni giorno di più, manca la sostanza. E mancano gli “interpreti”, intermediari seri e credibili. Mancano i “filtri”, insomma, filtri che tengano. Siamo noi – ciascuno di noi – i filtri. Così, siamo travolti dal flusso informativo. Così, tutto può ingigantire o all’opposto scomparire in un niente; tutto dipende dal verso che prende la spirale. Non c’è permanenza; solo irruenza e decadenza.
  165. Dicono che scrivere sia il primo passo per diventare scrittori. Ma il primo passo per arrivare a scrivere (tanto e bene) è in realtà leggere (tanto e bene) o quantomeno ascoltare (tanto e bene) ma soprattutto osservare (tanto e bene). Poi è chiaro: più scrivi e più ti verrà da scrivere, anche se bene o male è da vedere. Solo rileggendoti ad alta voce a distanza di tempo puoi sperare di capire se hai fatto progressi e trovato suppergiù una tua voce o all’opposto sei malamente regredito: se non ti dispiaci più di tanto, puoi proseguire con fiducia, ma non è detto che sia nel migliore dei modi; se invece il sentimento prevalente è la vergogna, forse è solo allora che sei sulla strada giusta, solo allora che hai preso piena coscienza di te, dei tuoi limiti, magari di qualche tuo pregio.
  166. In the end you can say, matter of factly: ebooks suck! Useful and practical, maybe, but truly unbeautiful, truly forgettable. More apt to be read with pleasure and devotion a second-hand book. Much the same, more apt to receive one’s impromptu thoughts a small chunk of paper.