Tutto lì

Ancora una volta, ancora un addio.

Cominciava a essere stancante, ne aveva piena coscienza. Ma così era: qualunque fosse il contesto in cui si trovava a operare, e qualunque fosse il grado di coinvolgimento emotivo o professionale, a un certo punto se ne doveva venir via.

Sentiva il richiamo imperioso di riprendere con più intensità e profondità una ricerca più strettamente personale. Cosa che non ammetteva di proseguire con il già fatto e il già visto e sentito. Non ammetteva banali distrazioni. Soprattutto, non ammetteva un interesse solo così così per quanto succedeva intorno.

Così, ogni volta, non senza prima un preavviso, non senza prima una breve, ultima analisi, non senza prima un ultimo e spesso commosso saluto, arrivava il momento che, puntualmente, se ne andava, sforzandosi poi di non guardare troppo all’indietro.

A volte magari tornava pure, ma era quasi sempre uno sbaglio. Era una concessione alla nostalgia, alla rievocazione di tempi forse ancora felici o soltanto più spensierati, più inconsapevoli, col senno di poi. Di rado era una promessa di futuro. Di rado era gioia vera o duratura.

Meglio staccare di netto, allora. Meglio impegnarsi più seriamente a riorientare con più decisione priorità e interessi. Meglio riprendere il cammino piuttosto impervio e solitario verso una nuova o una più completa e migliore idea di sé e del mondo intorno a sé.

***

Era così che da pochi giorni aveva di nuovo deciso di porre fine alla sua frequentazione di Facebook.

Nulla di cui vantarsi, era chiaro. Nulla di cui andare particolarmente fiero. Nei fatti, poteva anche essere un nuovo tentativo a vuoto, destinato a rientrare, come altre due o tre volte in passato.

Come già succedeva ai tempi delle liste di discussione. Quando, dopo uno scazzo particolarmente irritante, o perché era troppo oberato nella testa, annunciava l’uscita, e tempo una settimana, un mese o un anno, ci ricascava come un allocco, come o più di prima.

E come succedeva nell’epoca d’oro dei blog. Quando diceva che era tempo di darsi una regolata e dunque di staccare; invece, nel giro di poco tempo era di nuovo lì a postare, quando non a creare un altro blog.

Qualcosa eppure gli diceva che stavolta poteva non essere così. Qualcosa gli diceva che stavolta poteva essere davvero vicino all’abbandono definitivo anche di quel social network.

Aveva ormai imparato le lezioni dei distacchi dalle mailing list e dai blog, quelli mancati e quelli alla fine riusciti. E aveva capito che non bastava avere ed esprimere il desiderio di piantarla con qualcosa perché ciò si realizzasse concretamente, in modo duraturo, magari risolutivo.

Erano importanti i tempi e anche i modi con cui si arrivava a una decisione simile: entrambi dovevano essere quelli giusti. Vale a dire: né troppo presto né troppo tardi; né in silenzio né con fragore. Solo una buona via di mezzo garantiva i risultati migliori. Solo un misurato distacco era prodromo efficace alla fine di una storia e all’inizio di un’altra.

E questa volta forse c’era, di nuovo. Questa volta, davvero, aveva l’impressione che potesse essere per sempre.

Prima le domande:

E interrompere (di nuovo?) qui? Interrompere contemporaneamente trasmissioni e ricezioni? Interrompere, purtroppo, anche ottime conversazioni? Interrompere, però, in assenza di dissidi e tensioni, in un buon momento di calma interiore? Interrompere solo per impiegare meglio, indirizzandole verso obiettivi superiori, anche le residue energie qui spese? Interrompere punto e basta, senza un particolare perché, senza starci troppo a pensare, avvertendo semplicemente che sia, di nuovo, il momento giusto di farlo?

Poi le risposte:

Onorato e commosso per l’affetto, ma, no, la decisione è presa: mi riprendo una pausa (breve? lunga? definitiva? lo dirà solo il tempo) da Facebook, sia in entrata e sia in uscita. Un modo come un altro per inaugurare una nuova stagione. Forse un bisogno di digiuno informativo e comunicativo, alla riscoperta del valore della solitudine e dell’assenza e della lentezza in un mondo che viceversa ci vorrebbe sempre istantaneamente in contatto con tutto e con tutti. Forse altro. Forse proprio niente di che.

È semplicemente che cambiare, per non fossilizzarsi in un ruolo o una maschera, s’impone di tanto in tanto: si mettono dunque in un canto certe abitudini, almeno per un po’, per provare invece a svilupparne di nuove o anche a riprenderne di precedenti, ma con una consapevolezza e approcci quanto più nuovi. Si esplora e si procede così per tentativi ed errori: e cos’altro si dovrebbe fare, specie in un periodo di crisi come quello attuale? L’importante è non avere paura; l’importante è credere sempre in se stessi, nelle proprie capacità di continuo apprendimento e adattamento; l’importante è riuscire a focalizzarsi su qualcosa che trasmetta una felicità che non sia soltanto effimera.

Infine il silenzio. Infine l’assenza. Infine una radiosa domenica di mare, senza connessioni, senza link, senza aggiornamenti, senza fotine e fotarelle (giusto foto a uso privato o per una pubblicazione mirata, e non scattate e quasi immediatamente diffuse con un cellulare figo), senza commenti, senza “Mi piace”, senza faccine, senza compleanni, senza eventi, senza smanie informative e comunicative e condivisive, ma spesso puramente esibizioniste. Solo il piacere di persone dal vivo e, fermo e con gli occhi chiusi, ipnotizzato dal rollio incessante delle onde, un quieto riposo.

***

In realtà non era ancora finita lì. In realtà mancava ancora qualcosa prima di poter dire chiusa la storia sul serio. Mancavano alcune considerazioni finali su quella esperienza, su quell’arco di quattro-cinque anni di nuovo in contatto verbale e visivo con un mucchio di gente. E non le avrebbe certo fatte mancare, con una fugace nuova apparizione prima di calare il sipario.

Seguendo una linea di pensiero che, paradossalmente, ripartiva dagli stessi ragionamenti fatti pochi mesi dopo aver scongelato la sua presenza lì, all’inizio del 2010, dopo che a lungo aveva morso il freno, già allora non nutrendo grande attrazione per quella nuova piattaforma pigliatutto.

«Che cosa mi colpisce di più di Facebook?» si era infatti chiesto all’epoca. «Tutto insieme, il ritorno del passato, da quello più prossimo a quello più remoto, con una sua nuova declinazione al presente, ovvero una gigantesca dilatazione del presente. E questo che cosa sta a rappresentare? È segno di tempi chiusi al futuro o, al contrario, il fare alcuni passi indietro per prendere la rincorsa e così spiccare – tutti insieme – un balzo verso un futuro rivoluzionario?»

Se mailing list e blog avevano rappresentato – almeno per lui – un netto ampliamento degli orizzonti, l’idea maturata già in quei primi mesi di partecipazione attiva era che Facebook costituisse una sorta di istantanea di quanto era stato fino ad allora, aggiungendo poco al già noto, se non mettere al corrente gli “amici” della versione aggiornata del proprio “io”, ma senza per questo costituire necessariamente una porta per il futuro. Segnalava piuttosto la forte fase di stagnazione che in tanti vivevano e dalla quale in realtà sarebbero voluti uscire al più presto. Tornando a quel punto a sparpagliarsi, per battere ognuno le proprie strade, nuove o vecchie che fossero? O, imparato che disperdersi non pagava – anche se in certi momenti era pressoché indispensabile per una propria crescita – cercando di mantenere un po’ più unite le loro molteplici anime e incarnazioni?

A quattro anni e mezzo di distanza, ora tornava su quell’idea di fondo.

Non voleva essere negativo, fare il superiore o che altro, ma aveva l’impressione che, come strumento di comunicazione, informazione e interazione online, Facebook avesse apportato – e apportasse – poco di nuovo o di davvero utile, sia in termini di amicizie e contatti sia come competenze, come sviluppo di sé.

A livello di promozione personale no: lì era molto più facile pubblicizzare la propria immagine o la propria attività. Ma, d’altra parte, a chi si negavano oggi quindici lettori, l’equivalente nel mondo dei social media dei quindici minuti di popolarità di cui a suo tempo aveva parlato Andy Warhol?

Andando a vedere la sostanza, però, non che si fossero fatti veri passi avanti rispetto all’epoca d’oro dei newsgroup, delle liste di discussione o anche dei blog. Questo, cioè, almeno per quanti di loro non utilizzavano internet a fondo solo da pochi anni.

Per tanti aspetti, anzi, gli pareva che ci fosse stata una regressione, talora anche cospicua. Pensava in particolare alle accresciute spinte narcisistiche e fancazziste, accanto a una dispersività ancora più ingigantita, un’ulteriore frammentazione dell’attenzione e, spesso, anche non poca banalizzazione. E questo non gli piaceva. Personalmente, cioè, non ne era soddisfatto.

Personalmente pensava che si potesse e, anzi, si dovesse fare e dare di più e meglio. Ma Facebook forse non era – non era mai stato o non era più – lo strumento adatto. Non per lui, quantomeno. Per questo andava via.

Per questo voleva provare, oltre che in generale a stare di meno sul web, a usare strumenti – fossero già consolidati o ancora da perfezionare e ben padroneggiare – che consentissero di riprendere un percorso di crescita, sconfiggendo la stagnazione o peggio ancora la regressione di quegli anni.

Lo ribadiva: era convinto che si potesse e si dovesse fare e dare di più e meglio. E come esempio faceva il nome di Medium.com, che in quel momento gli pareva di gran lunga superiore a Facebook: come piattaforma di scrittura e anche di condivisione, era di tutt’altro livello.

Un livello molto, ma molto più elevato.

E che bisognasse tornare a guardare proprio nella direzione di qualcosa di più elevato, più qualitativo e anche più sofisticato, se ci si voleva liberare di qualcuna delle tante incrostazioni e difficoltà del presente, sì, questo era un suo profondo convincimento.

Tutto lì.